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Archivio mensile:aprile 2014

Con un po’ di ritardo, da tesserata ANPI e impegnata nel gruppo giovanile di Nuova Resistenza, non posso non parlare del 25 aprile. Il 25 aprile è davvero una di quelle ricorrenze che non si limitano a rimanere ancorate ad un passato storico e culturale, ma che ancora oggi ci parlano senza retorica e anacronismi. Con il 25 aprile non possiamo fermarci all’anno 1945, ma dobbiamo pensare al senso attuale di questa giornata. La contestualizzazione storica in un ben chiaro punto del passato è necessaria e doverosa, ma non deve fossilizzarsi solo nel ricordo. Stiamo parlando di quella che è chiamata Festa della Liberazione e della Libertà. Liberazione dalla dittatura fascista e affermazione della democrazia, della Libertà del popolo e di ogni cittadino, senza disuguaglianze e prevaricazioni. Stiamo parlando, di conseguenza, della nostra Costituzione, che è antifascista per natura. Libertà, uguaglianza, rispetto, fratellanza, democrazia, pace. Sono tutte delle parole talmente grandi e immense, da farci sentire così piccoli quando le pronunciamo.

Da farci sentire un po’ dei bambini, per i quali la libertà è senza “se” o “ma” e che credono con tutto il cuore nella pace. Il 23 e il 24 aprile, con gli altri ragazzi del gruppo di Nuova Resistenza, sono andata a parlare del 25 aprile con i bambini delle scuole elementari. Credo che sia stata una delle esperienze più belle della mia vita. Mettersi in gioco con i più piccoli è tremendamente difficile, quasi come fosse un battesimo di fuoco. Mi era già capitato di dover tenere dei discorsi per un pubblico di adulti o di ragazzi. In questi casi, o venivo ascoltata, seppur distrattamente, o venivo semplicemente ignorata. Si sa, gli adulti ne hanno già sentiti a centinaia di goffi tentativi giovanili di discutere della Resistenza e del 25 aprile e i ragazzini spesso non ascoltano a priori, perché in testa hanno altro. I bambini invece ascoltano, eccome. Ti guardano, ti studiano, ti giudicano, ti vedono grande, ti mettono alla prova. Durante le attese prima di iniziare gli incontri, negli atrii o nei cortili delle elementari, quando tutti i bambini ancora erano fuori a giocare, io e i miei compagni ci siamo seduti in disparte. Ai bambini bastano pochi secondi per farsi un’idea delle persone che hanno di fronte. In un mondo di soli quaderni e maestre, degli estranei non sono proprio all’ordine del giorno e i bambini ci gravitavano attorno in piccoli gruppi, ridendo, indicandoci, salutandoci ad alta voce. Non pensavo di ispirare così tanta fiducia, eppure molti dei bambini, soprattutto i più piccoli, venivano da me, ad abbracciarmi o ad appoggiarsi sulle mie gambe.

«Chi siete?», «Che cosa fate?», «Come vi chiamate?», «Quanti anni avete?». Rispondiamo lentamente, ma i bambini non ne hanno mai abbastanza, ripetono le domande, ci raccontano dei loro giochi, ci chiedono di restare con loro. Dopo settimane di riunioni e di scambi di idee, per capire come gestire questi incontri, abbiamo capito che ai più piccoli non interessano solo i divertimenti o gli effetti speciali: hanno una gran voglia di essere ascoltati e di interagire. Hanno voglia di fare domande e di ricevere delle domande, per poter far sentire la loro voce. Per tenere alta la loro concentrazione per ben due ore, ci siamo dovuti spogliare di ogni pregiudizio, di ogni formalismo, di ogni retorica, di ogni cinismo, di ogni pessimismo. Ci siamo dovuti mettere al loro livello, anche solo per riuscire a guardare i loro occhioni e ascoltare le loro voci, ma senza banalizzare o addolcire le nostre spiegazioni. Eravamo lì per parlare del 25 aprile, della dittatura, di Mussolini e di Hitler, della Costituzione, dell’ANPI, del diritto di voto, della Resistenza, dei partigiani e, anche e soprattutto, della Libertà. Ai bambini parlare di libertà fa volare la fantasia. Alla domanda: «Che cosa è la libertà?» (è una domandona anche per gli adulti), hanno risposto, lasciandosi andare: «Libertà di fare quello che vogliamo», «Libertà dal male», «Libertà di imparare», «Libertà di vivere», «Libertà dalla guerra», «Libertà dalla schiavitù», «Libertà di avere una casa», «Libertà di non essere soli», «Libertà di pensare», «Libertà di dire che una cosa non mi piace». E poi, man mano si procedeva nella spiegazione, sono stati loro a farci delle domande: «E’ obbligatorio votare?», «Che cosa è un partigiano?», «Quale delle due guerre è stata la più devastante?», «Perché non tutti erano liberi nella dittatura?», «Anche i bambini potevano essere dei partigiani?».

I bambini sono troppe volte sottovalutati e sminuiti. Pensiamo che ancora siano troppo piccoli per poter capire, ma, in verità, così tendiamo solo a giustificare il nostro timore di non riuscire a comunicare con loro o di non sapere come rispondere ai loro mille Perché?. Oltre alle commemorazioni, io sono convinta che la discussione all’interno delle scuole sia di vitale importanza, a maggior ragione per il fatto che questi argomenti non rientrano nei programmi d’insegnamento. E questo vale sempre per l’invito a non fossilizzarsi mai nel ricordo e nell’eterno ritorno di vari rituali commemorativi. Ai bambini è particolarmente piaciuta l’immagine delle giovani staffette partigiane che portavano i messaggi da un posto all’altro e credo che dovremmo davvero agire in questo senso, senza smettere mai di passare il testimone, di raccontare, di smuovere la curiosità.

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Il 23 aprile è la Giornata del Libro e della Lettura ed è un evento promosso dall’UNESCO a partire dal 1996. Inoltre, ogni anno viene assegnato sempre dall’UNESCO il titolo di Capitale mondiale del Libro ad una città, in riconoscimento della qualità dei suoi impegni per promuovere la lettura. Per l’Italia nel 2006 fu premiata Torino. Quale è il senso di questa giornata? Sicuramente non quello di essere una mera e retorica celebrazione del libro in quanto tale. Non c’è bisogno del 23 aprile per osservare come il libro, con tutte le sue caratteristiche culturali e sensoriali, ancora non sia stato affatto surclassato dai suoi concorrenti digitali. In reperibilità e risparmio forse, ma non sulle emozioni e sulla sua universale sacralità. Il 23 aprile, in realtà, non dovrebbe neanche chiamare in causa quelli che già sono dei lettori forti, cioè le persone abituate a leggere, ma dovrebbe rivolgersi a tutte le persone che non leggono nemmeno un libro all’anno. E sono tante, davvero tante, anche e soprattutto qui in Italia. Il fatto è che si scrive molto e si legge poco e talent show come Masterpiece lo dimostrano. Tutti si credono perfettamente in grado di muoversi in ogni campo del sapere, anche in quello della scrittura, e, allora, ogni anno cresce esponenzialmente il numero dei libri pubblicati.

Tutti scrivono e nessuno legge, perché la lettura richiede concentrazione, sforzo e, soprattutto, una buona dose di umiltà e di voglia di ascoltare senza intervenire. La lettura ci indaga l’animo, ci giudica, ci zittisce, ci fa scendere dal piedistallo e ci parla lentamente. In modo particolare tra i più giovani, i lettori forti sono quasi delle mosche bianche e le motivazioni non possono coglierci di sorpresa: stiamo parlando di un’educazione scolastica che tende sempre di più alla produzione, alla concretizzazione e alla tecnologicizzazione, tralasciando la cultura della lettura e della creatività. Stiamo parlando del nuovo continente del web e dei social network, che pone ciascuno di noi nella condizione di poter vivere mille e più vite differenti, seppur fittizie e virtuali, e che lascia poco spazio alla concentrazione richiesta da un libro. Il titolo di Capitale mondiale del Libro ci ricorda quale è il vero senso di questa giornata e cioè quello della promozione e dell’educazione alla lettura, soprattutto verso chi è cieco in un mondo pieno di libri da scoprire. In questo senso, tutti noi, nel nostro piccolo, possiamo impegnarci come promotori della lettura, perché le iniziative al riguardo sono davvero numerose, a partire dal Bookcrossing, dal baratto dei libri, fino ad arrivare a dei Festival assai originali, come quello del Booktrailer Film Festival, organizzato dal Liceo A. Calini di Brescia e arrivato quest’anno alla sua VII edizione (ieri sera ci sono state le premiazioni). Il Festival si propone di utilizzare i booktrailer, cioè dei brevi trailer della trama dei libri, come strumenti di stimolo alla lettura e l’idea funziona, dal momento che il concorso richiama ogni anno l’interesse di ragazzi da tutta Italia, che si mettono in gioco nell’analisi dei libri da loro scelti. La Giornata del Libro e della Lettura dovrebbe avere un riscontro durante tutto l’anno, con delle iniziative rivolte alle varie fasce d’età (non si pensi che siano solo i ragazzi a non leggere), ma il 23 aprile è già una buona partenza dalla quale trarre degli stimoli. Buone letture a tutti voi!

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Allora, mio padre mi fa: «Ho comprato un libro piuttosto particolare». E io non mi aspettavo una cosa del genere. E’ un libro di 1250 pagine, con al suo interno una sola parola: “Jew” (ebreo). Ripetuta per 6 milioni di volte. 6 milioni. 6.000.000. Proprio come gli ebrei sterminati durante l’Olocausto. E, ecco, sono un po’ senza parole. Vi traduco l’introduzione del libro.

6 milioni.
6.000.000
Questo numero è inciso permanentemente nella coscienza ebraica.
Dì questo numero a qualcuno e l’associazione più immediata sarà con l’Olocausto.
Sei milioni di ebrei furono uccisi dai Nazisti e dai loro collaboratori.
Ci sono musei come Yad Vashem.
Ci sono giorni come lo Yom HaSho’a.
Ci sono programmi speciali, letture, film, fotografie.
A volte abbiamo bisogno di concentrarci sui nostri pensieri.
Questo libro intero contiene una sola parola: Jew (ebreo).
Compare in 40 colonne per 120 righe su ciascuno dei 625 fogli (1250 pagine).
Ogni pagina ha 4800 ebrei su di sé.
Ci sono sei milioni di ebrei in questo libro.
Scorri le pagine. Scegline una a caso. Tieni tra le mani il libro. Guarda come le parole e le colonne sembrano solo un disegno.
Ora guarda più da vicino. Concentrati sul “Jew”. Pensa a quella parola come se fosse un vero ebreo. Un parente, forse, o un amico. Magari sei proprio tu.
Una persona viva, che respira.
Uccisa dai Nazisti e dai loro collaboratori.
Ora scegli una riga a caso. Un’intera famiglia. Genitori e fratelli, zie e zii, cugini. Tutti morti.
Prendi un’altra riga, ora. Forse rappresenta la tua classe a scuola. O un gruppo di amici e vicini.
Un’intera pagina potrebbe rappresentare una bella comunità ebraica, da qualche parte in Europa – spazzata via.
Questo libro contiene la parola “Jew” per 6.000.000 volte.
E ciascuna parola fu qualcuno.
Uomini, donne, e bambini.
Se ne sono andati.
Ma li ricordiamo. 

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Un po’ come sta accadendo per i panda o per i bonobo, anche la lingua italiana pare essere sulla strada dell’estinzione. O almeno, nel clima di apocalittico catastrofismo che ha avvolto questi ultimi anni si profetizza l’estinzione delle attuali lingue così come ora le conosciamo. Calma però, andiamoci piano. L’estinzione di una lingua intera è un processo piuttosto intricato e grave. Una lingua, detto con parole povere, si estingue quando diventa talmente desueta e minoritaria da non essere più insegnata alle nuove generazioni. Prima si riduce ad una conoscenza di nicchia e poi scompare. E non si parla automaticamente di lingue arcaiche o antiche, ma anche di linguaggi scomparsi di recente o ancora in via d’estinzione. Sono dialetti, linguaggi minoritari di piccole popolazioni, lingue ibride. Nel sito dell’UNESCO si può consultare una mappatura molto eloquente dell’attuale situazione delle lingue estinte e di quelle in serio pericolo. L’intrecciarsi di queste lingue segnalate sulla mappa è talmente denso e fitto da non lasciare quasi nessun punto della terra scoperto e questo smentisce in pieno l’idea preconcetta che le uniche lingue in via d’estinzione siano quelle tribali africane. Le motivazioni? Dalla semplice scomparsa di un popolo all’influenza di altre culture più potenti e dominanti: il famoso villaggio globale è maestro in questo.

L’italiano, quindi, è in via d’estinzione? No, ovviamente. È in via di mutazione, come d’altronde lo è fin dai tempi del latino e come lo sono tutti i grandi linguaggi del mondo. Come le stesse culture cambiano, le lingue non si fossilizzano e le seguono, in un’eterna evoluzione. Evoluzione? Certo, più che altro, confrontando l’uso dell’italiano di quarant’anni fa con quello attuale, pare di essere davanti ad un’involuzione del nostro linguaggio. Tra abbreviazioni, errori ormai accettati, evaporazioni di sfumature, sinonimi e parole complesse, assistiamo ad un grande impoverimento dell’italiano. Purtroppo, non possiamo beneficiare di una visione d’insieme che tenga conto anche del futuro e quindi non ha senso tirare ad indovinare quali saranno le condizioni dei nostri linguaggi fra un secolo. Forse ancora più semplificati? Forse comunicheremo in altri modi? Forse, invece, non ha importanza. Pasolini, nel suo ingegno poliedrico, non si lasciò sfuggire anche una riflessione proprio sul futuro dell’italiano. Già negli anni Sessanta annunciava la nascita del nuovo italiano nazionale, un italiano tecnologico, in qualche modo legato all’influenza dei centri produttivi e alla civiltà dell’industria.

La Società Dante Alighieri, in nome del suo secolare interesse per la cura della lingua e della cultura italiana, ha progettato un vero e proprio social network della lingua italiana, chiamato Beatrice. Lo scopo? La promozione comune del buon uso della lingua italiana e l’adozione di una parola desueta e in via d’estinzione da custodire. Una bella idea, marchiata però dal limite che sminuisce tutti i progetti di questo tipo: gli utenti di Beatrice sono delle persone che già autonomamente coltivano l’interesse per la lingua italiana. È un po’ come sollecitare un panda ad adottare se stesso. Piuttosto, bisognerebbe cercare di uscire dall’erudizione e andare a sporcarsi direttamente le mani con chi dice o scrive: «Se io avrei», «Kosa ai fatto?» o «Polizzia».

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Sull’inserto La Domenica di La Repubblica si trovano sempre degli articoli particolarmente interessanti. Consiglio la lettura di un pezzo uscito recentemente, di Michele Smargiassi, intitolato Carta Canta, che fornisce una breve analisi del fatto che i lettori continuino a preferire il libro cartaceo. Non si tratta di una sterile apologia del libro, costruita su basi puramente ideologiche, ma propone dei dati significativi:

Nell’impero dei gadget, il Giappone, 61 lettori su cento non hanno interesse a comperare un ebook. Negli Usa, dove uno su tre possiede un tablet o un ereader, la vendita di libri digitali si è fermata da un anno sulla soglia del 30 per cento dei titoli e del 15 per cento del fatturato. 

Dopo anni di tecno-lettura e di tecno-cultura, segue un periodo di eclatante indigestione tecnologica, che porta a rivalutare l’efficacia e il piacere del supporto cartaceo. Forse perché e dura da abbattere l’immagine di un oggetto fisico che ha un suo odore e un suo colore, che può essere concretamente tastato con mano, prestato, rovinato, sottolineato, perso e ammirato (se non vedo, non credo. In fondo, rimaniamo tutti dei S. Tommaso nel nostro piccolo). Ovviamente, l’eBook ha portato con sé degli incredibili vantaggi economici, di spazio e di tempo, dal momento che costa poco, si può avere subito e senza uscire di casa e non occupa uno spazio reale, ma non è ancora riuscito a raggiungere il suo gemello cartaceo in quanto a benessere psicologico.

O si inizia a pensare all’eBook come ad un oggetto intrinsecamente diverso o non ci si può non accorgere dei suoi difetti strutturali, che non soddisfano completamente le richieste dei lettori digitali: non tutti i testi sono disponibili in eBook, i siti di vendita spesso non sono trasparenti sui prezzi e sulle offerte e sono anche disorganizzati, non è semplice capire le potenzialità di un ereader o gestire tutti i vari formati di testo, spesso i testi digitalizzati sono mal impaginati o non sono chiari al momento dell’acquisto il numero delle pagine e il contenuto e non è accessibile economicamente per tutti la tecnologia che sta dietro a questo mondo digitale.

Insomma, il lettore e l’autore digitali ancora galleggiano in una realtà indefinita, che non ha delle sue regole o una sua filosofia e che, spesso, si basa solo sulla ricerca dei vantaggi più pragmatici. E per quanto riguarda l’Italia? Noi abbiamo vissuto questa grande indigestione tecnologica solo di riflesso, perché, in effetti, l’apprendimento e la lettura tradizionali in Italia non sono mai stati seriamente messi in discussione dai device digitali.

L’articolo Carta Canta, però, ci ricorda di come nel nostro Paese sia in corso da tempo una contrattazione vivace tra l’industria informatica, il Governo e la Scuola, al riguardo della digitalizzazione dei libri di testo. E’ interessante la dichiarazione di Giuseppe Ferrari, il direttore editoriale della Zanichelli: «Non produciamo solo pdf dei libri di carta, abbiamo elaborato contenuti e schemi multimediali, laboratori interattivi, tutoria online, tutto fornito gratuitamente a chi compra il libro di carta. Noi eravamo pronti anche nell’ipotesi Profumo (nel senso del passaggio nelle scuole ad un tutto-elettronico). Ma la scuola è pronta? Ecco, nel 2012 abbiamo venduto 1,2 milioni di libri multimediali. Sa quanti studenti hanno scaricato i contenuti digitali inclusi? Solo 23mila. Il due per cento. Un decreto ministeriale non basta, il digitale non è una bacchetta che risolve i problemi della scuola, finché a scuola non si afferma un paradigma didattico che è ancora tutto da inventare».

Ed è vero. Non è necessario recarsi nelle scuole italiane più disagiate per accorgersi di come il digitale e le nuove tecnologie, in questo momento, siano utilizzate come un bel tappeto sotto al quale nascondere tutto lo sporco incontrollato di un sistema didattico e sociale che non brilla. Forse, il blocco nella crescita degli eBook  della tecno-lettura è causato anche dalla presa di coscienza del fatto che il digitale non può essere utilizzato come una copertura di un universo cartaceo e manuale arrugginito, ma che ancora ha comunque molto da offrire. L’eBook non deve essere un punto di arrivo forzato, una maschera innovativa di un’editoria soffocata dalla burocrazia e dagli interessi economici e le nuove possibilità tecnologiche non aiutano gli insegnanti sottopagati e nemmeno riempiono le crepe nel muri delle nostre scuole.

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Tutti i figli di Dio danzano è una raccolta di racconti di Haruki Murakami, pubblicata nel 2000 da Einaudi, nella traduzione di Giorgio Amitrano. Gli appassionati di Murakami spesso si dividono in due categorie: alcuni apprezzano di più i romanzi, altri gradiscono maggiormente i racconti. Se con le narrazioni più lunghe Murakami riesce ad attrarre un buon numero di consensi, con i racconti lascia ai lettori il gustoso sapore del suo talento. In entrambi i casi, Murakami è in grado di mantenere un certo equilibrio stilistico, che lo porta a ripercorrere più e più volte dei sentieri già battuti, ma mai scontati, attraverso un fil rouge che si snoda tra i suoi personaggi.

Murakami non scrive dei semplici racconti, ma romanzi bonsai, del tutto completi e articolati nella loro essenzialità. Questa, tutto sommato, dovrebbe essere la caratteristica fondante di ogni racconto breve, eppure sono in molti a vedere nella sintesi un limite da aggirare, magari attraverso la suspense. Murakami non ha mai bisogno di giocare con il fattore del colpo di scena, perché riesce comunque in poche pagine a delineare un universo autonomo in se stesso.

Tutti i figli di Dio danzano è un esempio perfetto di questa sua grande capacità. Sei splendidi racconti brevi (di massimo una ventina di pagine ciascuno) sbocciano sullo sfondo comune dello sconvolgente terremoto di Kōbe del 1995, che viene riutilizzato in modo eterogeneo nelle varie narrazioni, in veste di vago ricordo televisivo, di incubo indimenticabile o di motivo di fuga. Lo stile di Murakami è lampante, spronato ancora di più nelle sue peculiarità dalla brevità dei racconti. La narrazione è distaccata, asettica, onirica e lineare in ogni suo punto e rispecchia delicatamente la vera essenza dei personaggi e delle vicende che Murakami ama proporre.

Haruki MurakamiI protagonisti sono uomini e donne ai limiti della banalità e del qualunquismo, con vite alienate, solitarie e prive di un effettivo movimento. Murakami forgia quasi tutte le sue creature avvolte in un sostanziale vuoto di senso, limitate in un’immensa lentezza abitudinaria. Komura, il protagonista del primo racconto, viene abbandonato dalla moglie perché è una bolla d’aria. Junko è scappata di casa, fuggendo da un’esistenza mediocre a un’altra, e passa malinconicamente le sue serate con Miyake, un pittore terrorizzato dai frigoriferi e amante dei falò in spiaggia. Yoshiya, il giovane protagonista del racconto che dà il titolo alla raccolta, è un alienato che cerca di distaccarsi da una vita oppressa, statica e incompleta, cresciuto dalla madre nella convinzione di essere il figlio di Dio.

Molto interessante risulta la rappresentazione del rapporto amoroso e del binomio maschile-femminile che traspare in ogni racconto. È come un doloroso leitmotiv che accompagna il lettore in un’analisi generale degli amori che Murakami crea: incompleti, sospesi e agrodolci. Forse, anche grazie a una sostanziale incompatibilità di base che rompe sul nascere ogni possibile incontro tra il maschile e il femminile. È impossibile non notare come Murakami trasformi l’amore in una lotta vana ed estenuante, che sprofonda i già complessati personaggi ancora di più nel caos.

I protagonisti di Murakami, in questa raccolta in modo esemplare, conducono delle vite intrappolate e opache, inconsistenti, ma è proprio da questi vuoti immensi che sorgono delle vie d’uscita dalla passività, anche secondarie, meno evidenti e non necessariamente a lieto fine. Tutti i figli di Dio danzano è fortemente consigliato ai lettori di Murakami che già hanno avuto modo di sperimentare e di assimilare il suo stile tipicamente giapponese, così lontano da ogni retorica e dai surplus di parole.

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Dal blog www.sulromanzo.ithttp://www.sulromanzo.it/blog/tutti-i-figli-di-dio-danzano-di-haruki-murakami.

Da qualche giorno sta rimbalzando nei vari siti di informazione una fotografia piuttosto singolare: quella di un uomo completamente avvolto in un telo di plastica, durante un viaggio in aereo. Ad un primo sguardo, penso ad una qualche strana forma di protesta, poi, ingenuamente, ipotizzo che quel telo possa essere un isolante, una barriera per un virus. È chiaro che le norme di sicurezza non accetterebbero mai un rimedio del genere, ma la questione dell’isolamento non è poi così fuori strada.

Si tratta di un ebreo ultra-ortodosso. Gli ultra-ortodossi sono già noti per i loro principi molto rigidi e intransigenti e questa loro particolarità non manca di manifestarsi nel momento in cui vengono in contatto con il resto del mondo. Ad esempio, quando si parla di un mezzo di trasporto pubblico come un aeroplano. Si sa, in aereo la fortuna gioca un ruolo importante. Se in treno o in autobus i contatti umani (anche e spesso sgradevoli) durano poco, in aereo puoi avere un vicino che sbraita anche per due ore o un bambino che scalcia dal sedile posteriore per dieci ore. Oppure, giusto per variare, il tuo compagno di viaggio ultra-ortodosso può scegliere di isolarsi in una busta di plastica. Perché?

Perché spesso non amano avere dei contatti troppo stretti con dei passeggeri del sesso opposto. Gli uomini ebrei ultra-ortodossi preferiscono rimanere tra di loro ed evitano in ogni modo di sedersi accanto a delle donne. A quanto pare, facendo una piccola ricerca al riguardo, non sono pochi i casi di questo tipo, in particolare, per l’appunto, per quanto riguarda i voli in aeroplano, durante i quali si possono incontrare persone di ogni provenienza o tradizione. Sono per la maggior parte passeggeri di sesso femminile a doversi piegare alle necessità degli ultra-ortodossi e questo accade per un motivo molto semplice: sono quasi tutti uomini gli ultra-ortodossi che possono permettersi di viaggiare da soli, dal momento che le donne si muovono in gruppo e sempre accompagnate da un uomo. Quindi, la donna scomoda viene fatta spostare, ma non senza frequenti disguidi (una donna, per questo motivo, ha citato in giudizio la compagnia El Al Israel Airlines).

Ma, quindi, se i passeggeri sconvenienti vengono spostati per non mettere a disagio gli ultra-ortodossi, a che cosa servono i teli di plastica? Il problema non termina nel momento in cui l’ultra-ortodosso può sedersi tranquillamente senza infrangere il suo codice? Effettivamente, non è solo una questione legata al volare accanto ad una donna, ma c’è dell’altro. L’uomo della fotografia è un Cohen, un discendente dei sacri e sommi sacerdoti del Tempio. E i Cohen non possono camminare sopra il terreno di un cimitero o questo li renderebbe impuri. Ovviamente a questo precetto è stata aggiunta anche la clausola del volare sopra ai cimiteri, per restare al passo con gli sviluppi del resto del mondo. Un po’ come è successo per la formula della benedizione Urbi et Orbi, che può essere ricevuta anche attraverso la radio, la televisione o internet. Insomma, una religiosità moderna (ma allora come mai ci si aggrappa sempre così tanto alle Sacre Scritture, se possono essere ampliate o sfumate?), che non si lascia sfuggire nemmeno un cavillo e che così, però, si castra da sola.

Certo, perché i nostri buoni Cohen, che sono dei signori seri e di tutto rispetto, devono impacchettarsi per poter viaggiare in aereo senza perdere la loro purezza. Oltre a questo, i commenti che ho trovato al riguardo sono davvero esemplari (come mai, poi, quando leggo dei siti di informazione non italiani i commenti dei lettori sono sempre molto più pacati e rispettosi dei nostri? E non mettono mai in mezzo le tette, le bestemmie, le bonazze, le lobby gay o Silvio Berlusconi?). Eccone alcuni, già tradotti:

– Ma l’aereo non dovrebbe essere esso stesso una barriera più efficace di un sacchetto di plastica? Giusta osservazione. Ed è una sottigliezza che tanto ha odore di ossessione e di chiusura mentale.

– Probabilmente a terra vive più vicino ad un cimitero, rispetto all’altezza dell’aereo. Altra giusta osservazione. Gli aerei possono raggiungere anche i 10-12 km di altezza. Io ho un cimitero a non più di 3-4 km da casa.

– Problema: la plastica è fatta con delle materie petrolchimiche, che in origine erano dei dinosauri e sono abbastanza sicuro che i dinosauri non siano Kosher. “Kosher” indica l’idoneità di un cibo per il popolo ebraico. È un paragone divertente, forse forzato, ma che dà l’idea di come i sotterfugi per non infrangere la rigidità di certe tradizioni siano spesso ridicoli e ad effetto placebo.

– Ma è fantastico! Tutti i fondamentalisti religiosi dovrebbero impacchettarsi in sacchetti di plastica. Sempre. Sarebbe molto gratificante. Nulla da aggiungere.

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