Si ricomincia. Da zero.

«Marti, ehi, ma sei a Leeds?», «Ehi, ma che succede? Tutto bene?», «Ehi, ma come mai mandi mail con i congiuntivi sbagliati?». Non so chi mai potrà leggere questo mio post. Probabilmente nessuno, vista la tenera età di questo blog. Già, Sonoedunquescrivo, ma mi suona un po’ strano da scrivere, visto che sono stata abituata per più di un anno a lavorare sul mio primo blog sonodunquescrivo.blogspot.com (tranquilli, provate pure ad aprire il link. Purtroppo, è vuoto. Glacialmente vuoto). Il fatto è che questo blog mi è stato cancellato per un motivo futile e, per giunta, ridicolo. E ora vi spiego il perché di quelle frasi iniziali.

Io sono una persona fondamentalmente pigra. Di una pigrizia davvero svantaggiosa, perché mi faccio in quattro per molte cose, ma tralascio le questioni più basilari e semplici, come ad esempio la cura della sicurezza dei miei dati personali (la lezione l’ho imparata, ora che ci ho sbattuto contro con le corna). In data 7 aprile, di mattina, ricevo attraverso quei messaggi che più sopra vi ho riportato una spiacevole novella: il mio indirizzo mail su Gmail è posseduto da delle strane presenze, che tempestano il mio intero indirizzario con una richiesta di soccorso quantomeno singolare e fantasiosa (fatta a nome mio, ovviamente):

“Spero che questo ti arriva in tempo, ho fatto un viaggio a Leeds, Regno Unito e la mia borsa è stata rubata con il mio passaporto, carte di credito internazionali dentro. L’ambasciata è disposto ad aiutarmi con avermi fatto prendere un volo senza il mio passaporto, solo che io devo pagare per il biglietto e l’albergo. Per il mio sgomento, non posso accedere ai miei fondi senza carte di credito, e il contatto con la mia banca, ma hanno bisogno di più tempo per elaborare e così mi ottenere una nuova. In questa spiacevole situazione ho pensato di chiedere un prestito di giorno di paga che posso ridare appena torno. Ho bisogno di circa 1000 Euro per coprire le mie spese. Ridarò tutto al mio ritorno. Devo prendere il prossimo volo. Se è possibile inviare i fondi tramite moneygram che è piucomdo e facile, perché è l’opzione migliore e fastetst che ho adesso. Mi hanno dato un passaporto temporaneo presso l’ambasciata in modo, che non sarà un problema se si ha il fondo inviati attraverso la moneygram locale e in 20 minuti dovrebbe essere qui. E ‘più conveniente per me. Mi dispiace per ogni inconveniente causato voi. Posso inviarvi i dettagli su come fare.
Aspetto con ansia la tua risposta.

Cordiali saluti
Martina”

Se la lettura di questo messaggio fasullo vi ha fatto accapponare la pelle, anche solo per come è scritto (“Spero che questo ti arriva in tempo”. La morte dei congiuntivi e di ogni dignità), potete bene immaginare le contrastanti e cocenti emozioni che ho provato al momento della scoperta. Tralasciamo l’imbarazzo per il fatto di aver ricevuto almeno una cinquantina di messaggi e telefonate, anche da parte di perfetti sconosciuti, vivamente divertiti o preoccupati per la situazione. Tralasciamo (anche se a fatica) il fatto che nel mio indirizzario non ci sono solamente i miei amici più intimi, anzi, ma anche contatti di lavoro e di professori universitari. Posso solo immaginare la reazione di certi miei professori di fronte ad una mail del genere, inviata da una loro alunna. Ho subito pensato con un certo “sgomento” (come scrivono loro nel messaggio) a tutti i progetti e le collaborazioni che avevo e che tuttora ho in sospeso, in attesa di una risposta.

Oltretutto, non ero neanche a casa mia, dove sarei potuta esplodere in un rosario di improperi, ma ero in università, in cortile, tra panini, risate e versioni di latino, alla disperata ricerca di un computer libero da dove tentare di tamponare la faccenda. Le ho pensate tutte, davvero. “E se mi scrivono per il Nobel ora?”, “E se mi contatta una casa editrice?”, “E se mi hanno presa per quel lavoro e me lo scrivono urgentemente adesso?”, “Ma, soprattutto, che diranno Tizio, Caio e Sempronio quando leggeranno questo aborto linguistico?”. Poi, in un attimo di follia, scrivo a tutti i miei contatti di non aprire assolutamente quella benedetta mail e spargo in pochissimo tempo il panico e il terrore, perché tutti quanti credono di trovarsi di fronte ad un virus letale.

Il peggio arriva quando, ormai, mi ero già pacificamente rassegnata all’idea di avere un indirizzo mail bloccato (ancora non avevo metabolizzato il fatto che non sarei più riuscita ad accedervi). Mia madre mi telefona: «Ti hanno cancellato il blog. Non c’è più». E io lì vomito sangue, balbetto, faccio cadere dal cielo qualche santo, mi strappo le vesti e perdo i sensi. Il mio blog? Ho capito bene, no, scusa, il mio blog? Cancellato? Scusa, e che vuol dire? Ah. Il mio blog su Blogger era legato alla mia mail e, cancellata quella, si è cancellato di conseguenza. Puff, au revoir, mon ami. Se siete dei blogger da tanto tempo e se dedicate anche solo un minimo di impegno al vostro lavoro, potete benissimo capire la mia frustrazione di fronte ad un danno del genere. Se non siete esperti in materia, lasciatemi spiegare attraverso il post che scrissi su Tumblr per sfogarmi dell’accaduto:

“Favoloso. Mi hanno rubato la mia mail. La mail seria, capite, non quella che tieni per gioco, giusto per farti riempire di spam e di pubblicità. Parlo della mail con la quale lavoro, dalla quale gestisco praticamente tutte le mie attività. E me l’hanno rubata, per inviare a tutto il mio indirizzario una dannata finta mail di richiesta di soccorso, per avere dei soldi. Una mail che fa bruciare gli occhi solo a leggerla, da quanto è fasulla e scritta in modo palesemente analfabeta. E questa mail è arrivata al mondo intero, contatti di lavoro e professori universitari compresi. E’ arrivata a gente che non sento da millenni e che mai ho davvero conosciuto. E’ arrivata a vecchi amici che mi hanno subito scritto, chiedendomi: «Ehi, tutto bene? Che succede?». E poi questa mail l’hanno cancellata, dopo aver ovviamente modificato la password. E quindi ho perso ogni cosa, ogni lavoro che stavo portando a termine. Non solo, cancellando la mail hanno disattivato anche il mio blog: http://www.sonodunquescrivo.blogspot.com (sì, tranquilli, provate pure ad aprirlo. Vedrete che non c’è più nulla). Il blog che tenevo seriamente da più di un anno, con tutti i miei articoli e anche i miei racconti. Il blog con il quale ho fatto il grande salto e sono entrata nel mondo del web, dell’editoria, del giornalismo e delle pubblicazioni. Il blog con il quale ero solita terminare ogni mia mail di presentazione per progetti o collaborazioni. Il blog con il quale mi sentivo ormai “una grande”, una che non sta mai con le mani in mano. Il blog con il quale facevo sentire la mia voce e attraverso il quale ricevevo commenti e suggerimenti. E ora tutto quello non c’è più e non so davvero dove sbattere la testa, né come far capire agli altri la mia delusione cocente. E io dico, diamine, se volete truffare, fatelo per bene: scrivete una dannatissima mail in italiano corretto, aspettate per qualche ora, fatevi una ragione del fatto che ormai non c’è più nessun pollo pronto a cascare in questi tranelli e poi levatevi dai piedi, senza lasciarvi dietro una scia di schifo e di problemi inutili e dannosi. Perché questo è un gioco scorretto, ovviamente, e sarà anche banale dirlo. Però, ecco, sono davvero triste, frustrata, preoccupata e stanca. Molto stanca”.

Stamane, dalla polizia postale non ho ricevuto nessun tipo di aiuto, se non un foglio di carta con sopra una denuncia del furto di identità, scritta in un modo altrettanto analfabeta e agghiacciante. Ho cercato in tutti i luoghi, in tutti i mari, in tutti i laghi un modo per ottenere un’assistenza da Gmail, anche dal Signor Google in persona, se necessario. Nulla. Ho trovato solo un allettante recapito telefonico della sede di Google Italia a Milano, di fronte al quale i miei occhi si sono illuminati e il mio cuore ha ricominciato a pulsare, nella speranza. Ecco la telefonata: «Buongiorno, qui è la sede di Google Italia. Se conoscete il numero interno dell’operatore che volete contattare, digitatelo. Noi non abbiamo un’assistenza telefonica». Ovviamente era una voce registrata. Di fronte alla sconfitta (sì, ho tentato in tutti i modi di ritrovare la password, di cambiarla, di aggirare ogni richiesta, di giocare carte false), ho deciso di creare un nuovo account e di riaprire un altro blog, qui su WordPress. Perché io, come si suol dire con fine eleganza, non mollo un cazzo.

E quindi si ricomincia. Da zero. Alla faccia dei delinquenti che usano Google Traduttore per truffare, alla faccia della polizia postale che neanche sa come si scriva Leeds, alla faccia del Signor Google e delle voci registrate da quattro soldi.

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