Le nuove nanoletterature. Che tanto nuove non sono.

Grande libro, grande porcheria. Oh cielo, e chi ha detto questa frase? Forse è uscita dalla bocca di un qualche politico adirato con la cultura? O forse è stata detta in uno dei provini per il Grande Fratello? In verità, l’ha detta Callimaco, autore greco del III sec. a.C. Mega Biblìon, mega kakòn, è l’originale in greco ed era un attacco diretto nei confronti del poema epico omerico, niente di meno, perché considerato troppo lungo e prolisso. E, allora, lunga vita alla stringatezza, avrebbe potuto aggiungere Callimaco. La filosofia del grande libro, grande porcheria è oggi ormai interpretata come un nuovo modo di intendere la scrittura. Si sa, la letteratura non nasce dal nulla, ma da un ben preciso contorno sociale, politico, culturale e, sarebbe necessario aggiungere, tecnologico. Infatti, sono proprio le nuove tecnologie ad intrecciarsi in modo sempre più evidente al variare dei gusti letterari.
Partiamo dai corrispettivi digitali delle lettere: le email e, soprattutto, gli sms, che hanno radicalmente mutato la nostra idea di scrittura (quantomeno nei più giovani). Alla base degli sms si trova un bisogno di brevità e di concisione, anche per ragioni economiche e per ricalcare le sensazioni di un vero botta e risposta. Poche righe sono più che sufficienti per trasmettere un’emozione o per fornire il resoconto della propria giornata. In Giappone, ma non solo, l’attaccamento morboso al cellulare ha dato lo spunto per i keitai, dei romanzi a puntate da leggere in formato sms. Iscrivetevi al sito di Daylit e potrete ricevere l’Ulisse di Joyce in 332 sms. In questo caso, la lunghezza dell’opera è invariata (è davvero un mega biblìon), ma spaventa di meno per la brevità dei messaggi nei quali è suddivisa.

Mettendo da parte gli sms, Twitter è ovviamente il prossimo punto del nostro discorso. 140 caratteri ed è difficile anche solo presentarsi in uno spazio così piccolo. Però, chissà, magari la sintesi stimola l’ingegno e la creatività. Nel Galles, al Festival Letterario di Hay-On-Wye, è stato ideato un premio per il miglior tweet. Il vincitore (il canadese Marc MacKenzie): “I believe we can build a better world! Of course, it’ll take a whole lot of rock, water & dirt. Also, not sure where to put it” (“Possiamo costruire un mondo migliore! Certo, ci sarà bisogno di un sacco di roccia, acqua e fango. E poi, non saprei proprio dove metterlo”). Per aggirare lo sforzo di inventare una storia logica e decente da condensare in 140 caratteri, in molti si sono rifugiati nei grandi classici, come I Promessi Sposi: “Renzo e Lucia si vogliono sposare. Don Rodrigo si oppone. Arrivano i lanzichenecchi e la peste, ma poi, grazie a Dio, tutto si risolve”. Esiste anche una raccolta (del tutto arbitraria) dei migliori tweet italiani del 2013. La filosofia dei 140 caratteri, che spinge anche ad una certa ricerca di ironia, informalità e spettacolarità, non è limitata solo a Twitter, ma ai blog in generale. Si tende a scrivere di meno, per cercare di attirare il maggior numero possibile di lettori. E questo, di conseguenza, significa che le nostre letture preferite si stanno accorciando sempre di più. Spopolano i racconti brevi, le citazioni, i concorsi per testi di dieci, massimo venti righe, anche in corrispondenza alla diffusione degli eBook da leggere per svago sul treno o durante l’attesa per la cena. Crescono le distrazioni e gli stimoli esterni e diminuiscono il tempo e la concentrazione necessari alle lunghe letture.
Ma, in fondo, davvero questo amore per la brevità è così nuovo? Davvero le cosiddette nanoletterature sono un fenomeno degli ultimissimi anni? Domande retoriche: la risposta è no. Ritorniamo ancora per un attimo nell’antica Grecia, nell’età ellenistica, dal nostro buon Callimaco e parliamo dell’epigramma. Gli epigrammi, scritture di pochissimi versi, hanno delle radici assai antiche ed erano utilizzati inizialmente come iscrizioni funerarie e votive. Successivamente, l’epigramma diventa un genere letterario in Grecia e, poi, anche a Roma. Catullo scrisse epigrammi brevissimi di argomento sentimentale (Catullo era d’accordo con Callimaco, mega biblìon, mega kakòn) e Marziale fu l’autore di epigrammi di maggiore spicco, scrivendone di erotici, funerari, giocosi ed encomiastici. Ricordiamone uno: “Per poeta vorresti passare, | ma un verso tuo non ce l’hai detto mai: | prometti che per sempre tacerai, | e passa pure per chi cazzo ti pare”. La voglia di stupire non manca, come accade anche oggi. Per spostarci, poi, più avanti nel tempo, il gusto per l’epigramma non scompare affatto e si inseriscono anche i monostici, di un solo verso. Voltaire ne scrisse, ad esempio, come anche Apollinaire. È suo il componimento Chantre: “Et l’unique cordeau des trompettes marines” (“E la corda unica delle trombette marine”).

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Ancora più avanti nel tempo, abbiamo Pasolini e Franco Fortini, che scrisse, per la raccolta L’ospite ingrato, il testo poetico italiano più breve in assoluto: “Carlo Bo. | No”, dove Carlo Bo è il titolo. Più breve persino del celebre M’illumino d’immenso, la poesia di Ungaretti che i bambini imparano a memoria con più facilità. Uscendo da delle etichette letterarie ben definite, gli esempi di componimenti brevissimi sono quasi infiniti. C’è Fleas (pulci), di dubbia attribuzione, che è costruita su di un gioco di parole: “Adam | Had’em” (“Adamo le ebbe”). C’è la squisita Ode to a goldfish, di Gyles Brandreth: “Oh, | wet pet” (“Oh, animale umido”). Al pugile Muhammad Ali si attribuisce la storica frase: “Me, we” (“Io, noi”), che trasmette in quattro lettere tutta la forza che egli vede in se stesso, nella convinzione di poter superare chiunque altro. Altro che 140 caratteri. C’è come un progressivo e onnipresente bisogno di sintesi, di stringatezza, di chiarezza, fin dai tempi di Omero. Però, intendiamoci, stiamo parlando di una sintesi di qualità, di Catullo e di Apollinaire, non di Io e te 3 metri sopra il cielo. Anche se, a ben guardare, possiamo forse negare la presa che ha avuto e che ancora ha questa frase? No, sempre per un discorso di amore per la brevità e per lo stupore.
Spostiamoci dal panorama occidentale e andiamo in Oriente, nel mondo degli Haiku. Gli Haiku hanno delle origini antichissime e si basano su di una scrittura fissa: tre versi per diciassette sillabe in totale. Parlano prevalentemente di natura e sentimenti e per la loro intrinseca semplicità sono la poesia popolare per eccellenza, trasversalmente diffusa tra tutte le classi sociali. Eccone uno di Matsu Basho: “Vecchio stagno | una rana si tuffa. | Rumore dell’acqua”. Pure Jack Kerouac si misurò con la brevità degli Haiku: “Gli uccelli cantano | nel buio. | Alba piovosa”. La nanoletteratura, insomma, ha di nuovo solo il nome. Fin dai tempi più antichi la brevità ha avuto i suoi fedeli seguaci, in ogni genere letterario. Le nuove tecnologie hanno solo accentuato una tendenza verso la sintesi che già esisteva e la diffusione della letteratura e della possibilità di scrivere in tutti gli strati sociali ha, a suo modo, messo in secondo piano la ricerca della qualità, in favore del consumo di massa. Ma, d’altra parte, fin dai primi critici letterari dell’antica Roma si è sempre rimproverato al presente di non essere mai all’altezza del passato e già Catone (ma non fu il primo), nel II sec. a.C., denunciava la decadenza dei gusti del suo tempo. Sarà mai esistito un periodo di non-decadenza?

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