Lo scrittore

Questo ragazzo mi domanda: «Come è possibile scrivere dal punto di vista di una persona che non sei tu? Come si può far nascere una nuova personalità dal nulla?». E ha ragione. Come è possibile? E’ quasi un processo miracoloso. Ed è anche una bella domanda, che sottolinea la capacità del lettore di non limitarsi ad assorbire ogni singola parola, ma di andare oltre le righe, oltre la finzione letteraria, per scostare le pesanti tende rosse e guardare di nascosto ciò che sta dietro, nell’ombra: la nascita dei racconti.
Ogni scrittore, io credo, è anche stato un bambino, un tempo. E i bambini sanno bene come far galoppare la fantasia. Ma la loro immaginazione funziona a senso unico, perché sono in grado di immaginare sempre e soltanto loro stessi, con tutte le loro caratteristiche, anche se nei panni di una qualche altra figura. Possono pensare di essere degli eroi, dei cattivi, degli animali, ma comunque non si staccheranno da quello che in realtà sono, dai capricci, dalla mamma, dalla voglia di un gelato, dal loro carattere. Lo scrittore deve fare un salto in più, perché deve far galoppare la fantasia, ma deve anche riuscire a staccarsi da se stesso e dalla sua vita vera. Deve fare in modo che a galoppare sia la mente di un’altra persona. Bella storia, vero? In questo caso, già è difficile a dirlo, figuriamoci a farlo.

Lo scrittore deve, per forza di cose, essere una persona poco arrogante e con una non eccessiva autostima. Lo scrittore deve mettersi costantemente in dubbio e deve anche aver desiderato, almeno una volta nella sua vita, di scomparire o di essere qualcun altro. Perché solo chi si è disprezzato e ha guardato dentro di sé, nel vuoto, desiderando di abbandonare la propria pelle e la propria mente, può davvero cercare di immedesimarsi in un’altra persona. E creare un’altra persona. Solo chi ha toccato il fondo ed è arrivato nel basso degli abissi può guardare in alto, verso il cielo e verso il mondo intero, e cercare di scrivere non di se stesso. Mettersi davanti ad un foglio bianco, bianco come la neve infinita di una pianura piatta e fertile, e scrivere degli altri, dei dubbi e delle paure degli altri, è difficile. Ma anche solamente tentare di descrivere il modo in cui gli altri si lavano i denti o fanno l’amore è complicato, perché stiamo giocando con dei corpi e con delle prospettive che non ci appartengono.
Lo scrittore deve essere un bravo bugiardo. Deve chiudere gli occhi e appoggiare, delicatamente, una mano anche sugli occhi dei suoi lettori, per poi sussurrare loro all’orecchio: «Guarda. Lo vedi?», quando, in verità, non c’è nulla di reale, ma tutto è solo una finzione, una meravigliosa bugia, un bellissimo gioco di magia. Ci sono eroi che nascono e muoiono in poche, spettacolari, righe. Ci sono amori che sono fatti solo di lettere e di piccole parole, ma che ci fanno sciogliere comunque il cuore e l’animo. Perché le storie, nel limite del verosimile e non della narrazione storica, sono come dei dolci teatrini dei burattini, sono come i carillon a manovella, nei quali siamo noi a dare vita e un senso alla musica, al movimento dei pupazzi, alla velocità del ritmo.

Lo scrittore deve avere una gran sete di vivere, perché stiamo parlando di passioni e di esseri umani, e, quindi, tanto vale affrontarla sul serio la vita, a partire dai dolori e da ogni singolo dettaglio, per quanto insignificante e banale possa sembrare. In verità, non c’è nulla di davvero banale nelle nostre esistenze. E’ banale, invece, il giudizio affrettato e superficiale dietro al quale cerchiamo di fingerci forti. E’ banale la nostra pigrizia, che ci costringe a pensare di non potere e di non dovere cambiare mai e che ci porta a considerarci degli intoccabili, assolti dal dover dimostrare qualche cosa agli altri. Lo scrittore, invece, sa che tutto il suo lavoro si basa proprio sul cambiamento, sull’idea che nulla è immobile e, soprattutto, sa che di ogni sua parola, di ogni sua descrizione dovrà renderne conto ai suoi lettori. Perché chi scrive per se stesso è perduto e perverso. Chi scrive per autocompiacimento, in fondo, può limitarsi a fare come i bambini, che costruiscono degli enormi castelli per aria e li riempiono solo e soltanto di infinite copie di se stessi.
«Come è possibile scrivere dal punto di vista di una persona che non sei tu? Come si può far nascere una nuova personalità dal nulla?». Lo scrittore sa bene di non essere il Padre Eterno, anche se il rischio di un delirio di onnipotenza è comunque sempre dietro l’angolo. Deve ricreare in poche, giuste parole cioè che la nascita, la crescita e la vita modellano in anni e anni di lavoro e di errori: l’uomo. L’uomo, con tutto il suo mondo a fargli da degna corona. Lo scrittore sceglie di incoronare gli altri, di creare degli universi fertili per gli altri, ma non per se stesso. Anzi, molto spesso chi scrive lo fa in condizioni mentali ed esistenziali al limite, lo fa di soppiatto negli angoli bui della sua stanza o nel ritmo ipnotico e sporco di un treno o sul tavolino incrostato di un bar poco affollato, perché c’è bisogno anche di un pizzico di autodistruzione nello scrivere. E’, quindi, tutta una questione di distruggersi, di svanire per poter far sorgere dal nulla un’altra esistenza. E’ necessario prendere la propria vita, i propri sbagli e le proprie vittorie e distruggerli, lacerarli del tutto.

Lo scrittore è, anche, un guerriero. Scrivere significa lottare e cercare di allontanare dalle parole l’ombra inquietante di un nemico temibile: l’egocentrismo. Da questo punto di vista, la poesia è un gioco da ragazzi. O da bambini, per l’appunto. Nel leggere una poesia, il lettore ha sempre paura di smarrirsi o di non essere all’altezza di quei significati torbidi e timidamente nascosti. Il lettore, di fronte ad una poesia, ama sentire sul proprio collo il leggero sospiro dello scrittore. Ama trovare in quelle parole l’impronta ben visibile e chiara dello scrittore, perché il sapere di non essere soli è rassicurante, quasi come la presenza di un paracadute. Chi scrive poesie deve saper restare immerso tra le sue parole, ma chi scrive racconti deve saper andare via. Lo scrittore è un bravo prestigiatore, che non fa mai intuire al pubblico la presenza di un trucco o di un meccanismo interno alle sue magie. Perché vedere una colomba apparire dal nulla per poi librarsi in aria è incantevole, ma a nessuno piace sapere l’inganno che vi sta dietro. Come a nessuno piace percepire, durante la lettura di un romanzo, la presenza ingombrante e maldestra di uno scrittore che non ha saputo distruggersi del tutto e che è rimasto incastrato nelle sue stesse parole. Intendiamoci: riuscire a sentire il sapore della mano dello scrittore è bello e giusto, ma strozzarsi con dei bocconi di egocentrismo altrui maltagliato non va bene.
Lo scrittore deve anche capire quando arriva il momento giusto per un finale e deve sapere radunare tutti i fili che aveva dipanato. Lo scrittore deve anche mostrare una buona dose di sincerità e io, onestamente, non saprei proprio come architettare una degna conclusione per questo sproloquio. Quindi, rimando a voi la domanda spinosa dell’inizio: «Come è possibile scrivere dal punto di vista di una persona che non sei tu? Come si può far nascere una nuova personalità dal nulla?». Aiutatemi a dare una vera risposta a questi interrogativi.

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3 commenti
  1. il tuo pensiero è talmente interessante che potrebbe portare a diverse discussioni anche contradditorie tra loro.
    Trovo molto mio quello che dici e questo ti rende cara al mio cuore.
    In fondo ogni lettore cerca in un libro (un post?) se stesso.
    Eviterò di annoiarti con argute (?) disquisizioni e mi limiterò a darti la mia visione rispetto alla tua domanda finale.
    A ogni scrittore una vita non basta.
    Ne vuole più di una.
    Chi è felice della propria ed è soddisfatto e non ha altro da chiedere non scrive. Non lo fa e basta.
    Chiunque provi a raccontare una storia usa il proprio magazzino di vita per provare a immaginarsene un’altra. Non necessariamente più bella e interessante.
    Solo un’altra.
    Una in cui le battute ad esempio arrivano sempre al momento giusto e non quando hai perso il tempo

    • martinamelgazzi ha detto:

      Ti ringrazio per il graditissimo e interessante commento, ne sono molto onorata! Mi fa piacere sollecitare delle riflessioni.

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