Adotta una parola

Un po’ come sta accadendo per i panda o per i bonobo, anche la lingua italiana pare essere sulla strada dell’estinzione. O almeno, nel clima di apocalittico catastrofismo che ha avvolto questi ultimi anni si profetizza l’estinzione delle attuali lingue così come ora le conosciamo. Calma però, andiamoci piano. L’estinzione di una lingua intera è un processo piuttosto intricato e grave. Una lingua, detto con parole povere, si estingue quando diventa talmente desueta e minoritaria da non essere più insegnata alle nuove generazioni. Prima si riduce ad una conoscenza di nicchia e poi scompare. E non si parla automaticamente di lingue arcaiche o antiche, ma anche di linguaggi scomparsi di recente o ancora in via d’estinzione. Sono dialetti, linguaggi minoritari di piccole popolazioni, lingue ibride. Nel sito dell’UNESCO si può consultare una mappatura molto eloquente dell’attuale situazione delle lingue estinte e di quelle in serio pericolo. L’intrecciarsi di queste lingue segnalate sulla mappa è talmente denso e fitto da non lasciare quasi nessun punto della terra scoperto e questo smentisce in pieno l’idea preconcetta che le uniche lingue in via d’estinzione siano quelle tribali africane. Le motivazioni? Dalla semplice scomparsa di un popolo all’influenza di altre culture più potenti e dominanti: il famoso villaggio globale è maestro in questo.

L’italiano, quindi, è in via d’estinzione? No, ovviamente. È in via di mutazione, come d’altronde lo è fin dai tempi del latino e come lo sono tutti i grandi linguaggi del mondo. Come le stesse culture cambiano, le lingue non si fossilizzano e le seguono, in un’eterna evoluzione. Evoluzione? Certo, più che altro, confrontando l’uso dell’italiano di quarant’anni fa con quello attuale, pare di essere davanti ad un’involuzione del nostro linguaggio. Tra abbreviazioni, errori ormai accettati, evaporazioni di sfumature, sinonimi e parole complesse, assistiamo ad un grande impoverimento dell’italiano. Purtroppo, non possiamo beneficiare di una visione d’insieme che tenga conto anche del futuro e quindi non ha senso tirare ad indovinare quali saranno le condizioni dei nostri linguaggi fra un secolo. Forse ancora più semplificati? Forse comunicheremo in altri modi? Forse, invece, non ha importanza. Pasolini, nel suo ingegno poliedrico, non si lasciò sfuggire anche una riflessione proprio sul futuro dell’italiano. Già negli anni Sessanta annunciava la nascita del nuovo italiano nazionale, un italiano tecnologico, in qualche modo legato all’influenza dei centri produttivi e alla civiltà dell’industria.

La Società Dante Alighieri, in nome del suo secolare interesse per la cura della lingua e della cultura italiana, ha progettato un vero e proprio social network della lingua italiana, chiamato Beatrice. Lo scopo? La promozione comune del buon uso della lingua italiana e l’adozione di una parola desueta e in via d’estinzione da custodire. Una bella idea, marchiata però dal limite che sminuisce tutti i progetti di questo tipo: gli utenti di Beatrice sono delle persone che già autonomamente coltivano l’interesse per la lingua italiana. È un po’ come sollecitare un panda ad adottare se stesso. Piuttosto, bisognerebbe cercare di uscire dall’erudizione e andare a sporcarsi direttamente le mani con chi dice o scrive: «Se io avrei», «Kosa ai fatto?» o «Polizzia».

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