Con un po’ di ritardo – Buon 25 aprile

Con un po’ di ritardo, da tesserata ANPI e impegnata nel gruppo giovanile di Nuova Resistenza, non posso non parlare del 25 aprile. Il 25 aprile è davvero una di quelle ricorrenze che non si limitano a rimanere ancorate ad un passato storico e culturale, ma che ancora oggi ci parlano senza retorica e anacronismi. Con il 25 aprile non possiamo fermarci all’anno 1945, ma dobbiamo pensare al senso attuale di questa giornata. La contestualizzazione storica in un ben chiaro punto del passato è necessaria e doverosa, ma non deve fossilizzarsi solo nel ricordo. Stiamo parlando di quella che è chiamata Festa della Liberazione e della Libertà. Liberazione dalla dittatura fascista e affermazione della democrazia, della Libertà del popolo e di ogni cittadino, senza disuguaglianze e prevaricazioni. Stiamo parlando, di conseguenza, della nostra Costituzione, che è antifascista per natura. Libertà, uguaglianza, rispetto, fratellanza, democrazia, pace. Sono tutte delle parole talmente grandi e immense, da farci sentire così piccoli quando le pronunciamo.

Da farci sentire un po’ dei bambini, per i quali la libertà è senza “se” o “ma” e che credono con tutto il cuore nella pace. Il 23 e il 24 aprile, con gli altri ragazzi del gruppo di Nuova Resistenza, sono andata a parlare del 25 aprile con i bambini delle scuole elementari. Credo che sia stata una delle esperienze più belle della mia vita. Mettersi in gioco con i più piccoli è tremendamente difficile, quasi come fosse un battesimo di fuoco. Mi era già capitato di dover tenere dei discorsi per un pubblico di adulti o di ragazzi. In questi casi, o venivo ascoltata, seppur distrattamente, o venivo semplicemente ignorata. Si sa, gli adulti ne hanno già sentiti a centinaia di goffi tentativi giovanili di discutere della Resistenza e del 25 aprile e i ragazzini spesso non ascoltano a priori, perché in testa hanno altro. I bambini invece ascoltano, eccome. Ti guardano, ti studiano, ti giudicano, ti vedono grande, ti mettono alla prova. Durante le attese prima di iniziare gli incontri, negli atrii o nei cortili delle elementari, quando tutti i bambini ancora erano fuori a giocare, io e i miei compagni ci siamo seduti in disparte. Ai bambini bastano pochi secondi per farsi un’idea delle persone che hanno di fronte. In un mondo di soli quaderni e maestre, degli estranei non sono proprio all’ordine del giorno e i bambini ci gravitavano attorno in piccoli gruppi, ridendo, indicandoci, salutandoci ad alta voce. Non pensavo di ispirare così tanta fiducia, eppure molti dei bambini, soprattutto i più piccoli, venivano da me, ad abbracciarmi o ad appoggiarsi sulle mie gambe.

«Chi siete?», «Che cosa fate?», «Come vi chiamate?», «Quanti anni avete?». Rispondiamo lentamente, ma i bambini non ne hanno mai abbastanza, ripetono le domande, ci raccontano dei loro giochi, ci chiedono di restare con loro. Dopo settimane di riunioni e di scambi di idee, per capire come gestire questi incontri, abbiamo capito che ai più piccoli non interessano solo i divertimenti o gli effetti speciali: hanno una gran voglia di essere ascoltati e di interagire. Hanno voglia di fare domande e di ricevere delle domande, per poter far sentire la loro voce. Per tenere alta la loro concentrazione per ben due ore, ci siamo dovuti spogliare di ogni pregiudizio, di ogni formalismo, di ogni retorica, di ogni cinismo, di ogni pessimismo. Ci siamo dovuti mettere al loro livello, anche solo per riuscire a guardare i loro occhioni e ascoltare le loro voci, ma senza banalizzare o addolcire le nostre spiegazioni. Eravamo lì per parlare del 25 aprile, della dittatura, di Mussolini e di Hitler, della Costituzione, dell’ANPI, del diritto di voto, della Resistenza, dei partigiani e, anche e soprattutto, della Libertà. Ai bambini parlare di libertà fa volare la fantasia. Alla domanda: «Che cosa è la libertà?» (è una domandona anche per gli adulti), hanno risposto, lasciandosi andare: «Libertà di fare quello che vogliamo», «Libertà dal male», «Libertà di imparare», «Libertà di vivere», «Libertà dalla guerra», «Libertà dalla schiavitù», «Libertà di avere una casa», «Libertà di non essere soli», «Libertà di pensare», «Libertà di dire che una cosa non mi piace». E poi, man mano si procedeva nella spiegazione, sono stati loro a farci delle domande: «E’ obbligatorio votare?», «Che cosa è un partigiano?», «Quale delle due guerre è stata la più devastante?», «Perché non tutti erano liberi nella dittatura?», «Anche i bambini potevano essere dei partigiani?».

I bambini sono troppe volte sottovalutati e sminuiti. Pensiamo che ancora siano troppo piccoli per poter capire, ma, in verità, così tendiamo solo a giustificare il nostro timore di non riuscire a comunicare con loro o di non sapere come rispondere ai loro mille Perché?. Oltre alle commemorazioni, io sono convinta che la discussione all’interno delle scuole sia di vitale importanza, a maggior ragione per il fatto che questi argomenti non rientrano nei programmi d’insegnamento. E questo vale sempre per l’invito a non fossilizzarsi mai nel ricordo e nell’eterno ritorno di vari rituali commemorativi. Ai bambini è particolarmente piaciuta l’immagine delle giovani staffette partigiane che portavano i messaggi da un posto all’altro e credo che dovremmo davvero agire in questo senso, senza smettere mai di passare il testimone, di raccontare, di smuovere la curiosità.

25aprile_sempre

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