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Archivio mensile:maggio 2014

«Coraggio è prendersela con i più forti. Il coraggioso se la prende solo con se stesso». Ogni libro contiene, tra i suoi meandri, almeno una frase che rimane impigliata tra le labbra del lettore e che, poi, torna a riecheggiare in tutto il romanzo, come un leitmotiv. Quella che ho riportato è stata presa dal libro Vita Migliore, di Nikola P. Savic. Il testo in questione è il primo romanzo di Savic, un trentaseienne di origine serba, trasferitosi in Italia all’età di dodici anni. A questo nome bisogna associare una folta e crespa chioma ricciuta, quasi afro anni ’70, e si scopre che questo personaggio non è propriamente uno sconosciuto. Si tratta del vincitore della prima edizione di Masterpiece (http://www.sulromanzo.it/blog/masterpiece-il-talent-per-aspiranti-scrittori), il talent show per aspiranti scrittori di Rai 3. La vittoria gli ha fruttato la pubblicazione per Bompiani (http://www.sulromanzo.it/2009/01/case-editrici-per-uno-scrittore.html) in centomila copie. «Sembrerebbe che sono diventato all’improvviso uno scrittore!», ha esclamato Nikola subito dopo la vittoria.

Vita Migliore, ambientato negli anni Ottanta, racconta di Deki, un ragazzo serbo di dodici anni che affronta poco alla volta il delicato ponte tra l’adolescenza e l’età adulta, tra il quartiere 62° nord della Nuova Belgrado e Venezia. L’opera risulta immediatamente più che autobiografica, dato il profilo dell’autore. Savic gestisce con grande abilità il mescolarsi dei dettagli chiaramente personali con il distacco necessario a dare vita ad un romanzo. Lascia che le conseguenze della guerra, le rivalità violente tra i quartieri periferici, la scoperta giocosa del sesso e i palazzoni grigi del regime titoista mostrino in trasparenza le sue stesse orme e i passi della sua vita, ma senza mai tracciare una linea netta tra il vero e il romanzato. Si percepiscono i ricordi e le sensazioni di Savic tra quelle parole, ma non si riescono mai a toccare del tutto. Con Ivana, Milica, Uros il Piccolo, Mihailo, la nonna-vampiro, i bagni nel fiume Sava e le pistole nascoste sotto i golf, i conflitti interetnici e di religione rimangono come delle ombre sullo sfondo: silenziose, ma sempre presenti, anche se inserite nella narrazione principale quasi come degli intervalli amaramente esilaranti.

Savic ha dichiarato che i suoi due modelli letterari sono Charles Bukowski e Fëdor Dostoevskij. Si sente Bukowski nella rude schiettezza e nella vivida sincerità, ma, tutto sommato, Vita Migliore ha il coraggio di un libro nuovo, privo di imitazioni e convenzioni già stabilite. È un libro che, paradossalmente, non fa pesare durante la lettura il fatto di essere stato scritto, perché è dotato di una spontanea scorrevolezza. Si ha quasi l’impressione di star ascoltando un’informale conversazione tra vecchi amici, senza orpelli e tortuosi virtuosismi.

Lo dichiara lo stesso Savic, nel presentare il suo romanzo: «Do una grande importanza ai dialoghi. In fondo, per prima cosa noi usiamo il linguaggio per comunicare e solo poi per descrivere. Io non creo l’esistenza dei miei personaggi, la metto solo a nudo, nero su bianco». Insomma, ha tutte le potenzialità di un libro autosufficiente, in grado di emergere e proporsi anche senza avere alle spalle la spinta non indifferente di Masterpiece e della Rai. Eppure, c’è stato bisogno di un talent show, anche piuttosto discusso, per portare alla luce le capacità di Savic e non ci si può non domandare se questo fatto sia da attribuire allo strapotere mediatico o a una cecità di fondo di molte case editrici.

Dal sito www.sulromanzo.it : http://www.sulromanzo.it/blog/vita-migliore-di-nikola-p-savic.

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Questa che state per leggere è un’interpretazione nata dal nulla. Da nessuna competenza, da nessun desiderio di leggere dappertutto dei messaggi subliminali o metaforici. E’ semplicemente una chiave di lettura istintiva e fantasiosa di un video da poco diventato virale. L’ho visto, l’ho rivisto e ho elaborato questa interpretazione, senza però crederci sul serio. Quindi, non preoccupatevi: non sempre cercano di manipolarci le menti da dietro uno schermo. A volte, è solo sana pubblicità.

Avete presente quei simpaticissimi spot pubblicitari che ormai spuntano all’apertura di ogni video di YouTube famoso o monetizzato? Ecco, ce ne sono di due tipologie. Quella del “mi piace vincere facile”, perché non ti dà la possibilità di saltarlo, ma devi per forza guardarlo tutto e quella del “o la va o la spacca”, nel senso che, dopo alcuni secondi di spot, compare un pulsante per andare direttamente al video che ci interessa. O la va o la spacca, perché in quei cinque secondi di spot devono riuscire a trattenerti fino alla fine, devono riuscire a convincerti a rimanere davanti alla pubblicità, devono riuscire a farti sentire quasi in colpa, assediato dalla curiosità di sapere come sarebbe andata a finire, nel caso tu scegliessi di saltare lo spot. E non è una cosa da poco. Quante volte, infatti, non appena compare quella manciata di secondi di pubblicità non desiderata, sbuffiamo, alziamo gli occhi al cielo, tamburelliamo con le dita sulla scrivania e neanche guardiamo tutto lo spot. Giustamente, anche, perché abbiamo passato già fin troppo tempo a maledire la pubblicità in televisione, che è sempre troppa, troppo lunga e posizionata nei momenti meno opportuni.

Il video di cui vorrei parlarvi non è di mera pubblicità, ma dovrebbe essere uno stimolo, se così si può dire, per i più giovani ad andare a votare alle elezioni europee, che si terranno tra il 22 e il 25 maggio in tutti gli stati membri dell’Unione Europea. Il video si intitola And then came a lot of sheep (E poi arrivarono un sacco di pecore) , e già qui ci si domanda quale sia la connessione con le elezioni. Se già a questo punto dell’articolo siete andati a cercarlo, vuol dire che davvero i meccanismi pubblicitari spesso funzionano: lo scopo è quello di suscitare in noi la curiosità di capire il legame tra un titolo così anomalo e buffo e la serietà delle elezioni. Ad ogni modo, prendetevi ora due minuti per guardare il video: https://www.youtube.com/watch?v=80ESDHMKjhI.

Ho scoperto questo spot proprio perché è apparso come inserzione pubblicitaria prima di un altro video che volevo guardare. I primi cinque secondi, quelli fatidici, sono giocati nel modo migliore e, allo stesso tempo, più rischioso: non succede nulla. Fino ai primi trenta secondi, a dire la verità, non succede nulla di rilevante. Ma è proprio questo senso di lentezza, di attesa, di normalità, reso comunque incalzante dalla musica (dei Compact Disk Dummies, band electropunk del Belgio. Se vi sembra una scelta un po’ di nicchia, è per assecondare il sapore indie/hipster/alternative che attraversa tutto il video), a farci salire la voglia di aspettare fino alla fine, per vedere che cosa mai potrebbe succedere. Infatti, la scena si apre con un gruppo di ragazzi su di quelle che, ad una prima occhiata, sembrano delle scale da scuola. Incontriamo subito il protagonista, un ragazzo dalla faccia pulita e dai tratti tipicamente nordici, camicia bianca e pantaloni scuri, con un paio di bretelle a dargli un tocco un po’ dandy. 

Lui fa la fila per registrarsi e poi si dirige verso una cabina per votare: non siamo in una scuola, ma alle elezioni europee. Tutto ciò, nei primi trenta secondi, con un buon quantitativo di dettagli, primi piani e sguardi. Dal trentesimo (trentottesimo, per la precisione) secondo, la lentezza e il grigiore burocratico si rompono e tutto il resto accade in una nuvola di fretta, furore e nonsense. Un po’ come nel film Napoleon Dynamite. Ora vi darò la mia lettura di questo video. Se ancora non siete corsi a guardarlo, fatelo adesso, perché intendo procedere per punti, elencando i vari passaggi più importanti.

1 – Il ragazzo. Quel ragazzo non rappresenta tutti i possibili elettori, come questo video non è rivolto a tutti indistintamente. Con questo spot vogliono parlare a me, che ho vent’anni, e a tutti gli altri giovani elettori che per la prima volta si ritrovano a votare per le europee. Se è vero che le pubblicità migliori si calibrano in base al pubblico da raggiungere, questo fattore dovrebbe darci un’idea di come attualmente si pensa ai più giovani: probabilmente ci vedono come una generazione di hipster alternativi, che vanno a votare in camicia bianca e bretelle, sempre alla ricerca di emozioni forti e sublimi, sempre pronti ad infilare un tocco di poesia ovunque. Sono gli adulti a volerci così o quel ragazzo è lo specchio di quello che siamo davvero diventati? Mi viene in mente anche l’ultima pubblicità dell’Enel (https://www.youtube.com/watch?v=TI48xalz0Jw), “Guardiamo Avanti. La notte del Bernabéu e il cielo è azzurro sopra Berlino”, i cui protagonisti sono fatti all’incirca con lo stesso stampino. Ad ogni modo, quel ragazzo non è semplicemente un ragazzoma rappresenta IL VOTO L’ELETTORE giovane che ha scelto di non rimanere a casa a dormire.

2 – L’uomo e la donna che mangiano davanti al ragazzo. Gli scrutatori appaiono annoiati, stanchi, indifferenti. Addirittura, mangiano con poca eleganza un panino proprio di fronte al nostro giovane elettore. Lui li guarda speranzoso, con un pizzico di agitazione e dubbio sul volto. L’uomo è di un grigiore totale, compila moduli e consegna schede con un pieno disincanto. La donna si mangia il ragazzo con gli occhi, dalla posizione di potere nella quale si trova. Lui è al massimo della preoccupazione, ha la bocca rigida e le mascelle tese, risponde alle attenzioni della scrutatrice con un leggero incurvarsi delle labbra. In sottofondo, la musica elettronica dei Compact Disk Dummies inizia a salire, creando anche in noi una certa suspense. Come dire, l’atmosfera non è propriamente rilassante. Questo voto quasi sembra una sfida, una battaglia complicata. Ma, gli scrutatori che cosa rappresentano? Qui mi sono trovata di fronte ad un bivio, che poi ho sciolto solo più avanti nella visione del video. Sono i lavoratori alienati e ormai assuefatti dai meccanismi ripetitivi del loro impiego? Sono, forse, le classi sociali ed economiche più agiate e protette, che guardano dall’alto con disinteresse queste elezioni, permettendosi anche di mangiare sul voto e sulle speranze altrui? Alla fine, ho scelto questa seconda ipotesi e più avanti vi spiegherò anche il perché.

3 – Il momento del voto. E’ un momento tragicomico, direi. Il nostro ragazzo, per l’agitazione, sbatte la testa, esce incespicando dalla cabina, ribalta tutti i tavoli, tra lo stupore generale, e vola fuori dalla finestra, senza essere fermato da nessuno dei presenti. E da quando tra le controindicazioni del votare c’è anche il rischio di caduta da una finestra al quarto piano? Insomma, si vede che qualche cosa deve essere andato storto non tanto nell’atto del voto, ma proprio nel voto che si è scelto di dare. Il giovane elettore, chiaramente indeciso e confuso, ha forse optato per un voto di protesta, per un voto di comodo o, magari, non ha proprio votato. La possibilità di votare e di scegliere i nostri rappresentanti è un diritto insostituibile e di grande importanza, da non prendere sottogamba o per gioco. Le conseguenze di una votazione immatura o fatta per odio le si vedono nel video fin da subito, con la caduta rovinosa dell’elettore, ma non terminano qui. La stanza è piena di spettatori e di scrutatori, che nient’altro fanno se non rimanere immobili a fissare la tragedia, il crollo, senza cercare di aiutare il ragazzo.

4 – La caduta e l’atterraggio. Ecco perché ho scelto di vedere gli scrutatori come il simbolo dei privilegiati sociali ed economici. Il video è impostato come se fosse un’intervista fatta a posteriori ai testimoni dell’evento. Anche lo scrutatore maschio, quello che stava pigramente mangiando un panino, viene intervistato e riassume con grande stupore e incredulità il momento della caduta del ragazzo, avvenuta proprio sotto i suoi occhi. E’ l’atteggiamento tipico di chi non ha nulla da temere, di chi potrà sempre decidere, quale che siano gli esiti delle elezioni, il bello ed il cattivo tempo. Quello scrutatore rappresenta i più agiati e intoccabili, che muovono con indifferenza le corde dei burattini e che poi, nei momenti di crisi e di disagio, rimangono a guardare in disparte, tenendosi ben stretti i loro privilegi, senza mai davvero agire o intervenire. Sono quelli che poi, nei dibattiti, si strapperanno per finta i capelli e fingeranno costernazione di fronte ai problemi. Il nostro giovane elettore cade, ma non muore. Atterra pesantemente di schiena su di una piccola bancarella di frutta e verdura. Sarebbe fin troppo bello ipotizzare che questa immagine rappresenti la crescita inarrestabile del potere positivo dell’agricoltura o dei prodotti biologici a km zero, ma, in verità, io la vedo come una caduta gravosa sulle spalle dei più poveri. Ricordiamolo, il ragazzo non è solo un ragazzo, ma ha assunto il valore di un voto sbagliato e di un elettore inconsapevole. E le cattive scelte portano a cattivi rappresentanti, che portano sempre e comunque ad un peso da aggiungere sulla schiena dei più disagiati.

(Attenzione. Da qui in poi, l’interpretazione diventa, se possibile, ancora più allucinogena e fantasiosa).

5 – La macchina. Il ragazzo, stordito dalla caduta, inciampa in mezzo alla strada. Arriva una macchina. Viene poi intervistato anche il guidatore, che dichiara di aver dovuto sterzare a sinistra e a destra per evitare il giovane. Sterzare è un verbo che indica, in primo luogo, l’atto del cambiare direzione durante la guida, ma ha anche un secondo significato: indica i cambiamenti bruschi di orientamento politico. La macchina simboleggia i governi che, per evitare il collasso totale, oscillano nervosamente tra destra e sinistra, fino ad arrivare alla perdita di ogni controllo, cadendo quindi in movimenti demagogici o populisti. La macchina si schianta contro un negozio di animali.

6 – Gli uccelli. Dalla vetrina spaccata del negozio, si alzano verso il cielo decine e decine di colombe bianche. Fuggono via, circondando il ragazzo, che rimane in piedi immobile, quasi in estati di fronte a questa scena. E’ la fuga dei cervelli, che nei momenti di maggiore crisi e spaccatura scelgono di lasciare la nave e di cercare di sopravvivere altrove. Non solo, il ragazzo immobile ed incantato rappresenta tutta la sterile retorica poetica e accusatoria che in questi anni abbiamo sviluppato attorno ai giovani che partono e cambiano Paese. Ne parliamo sempre, scriviamo articoli, romanzi, saggi, inchieste su di loro, li guardiamo da lontano con una certa invidia e ammirazione, ma nulla comunque cambia.

7 – And then came a lot of sheep. Le pecore. Forse la scena clou di tutto il video, è quella che porta anche alla conclusione di questo viaggio nonsense. Dal negozio di animali esce una mandria di pecore in corsa. Sono a centinaia, trottano verso il ragazzo belando forte e si riversano dappertutto, creando il caos. Sarà anche una visione banale e acida, ma io associo il gregge al popolo. Non a tutti i cittadini, sia ben chiaro, ma in modo particolare a quelle persone che, solitamente, non si impegnano mai in nessuna battaglia, in nessuna azione di protesta durante i periodi di calma e che, poi, solo quando scoppia la crisi e vengono messe le mani ai loro portafogli si svegliano dal torpore delle loro coscienze, della loro pigrizia. Non per nulla, quelle centinaia di pecore erano rimaste chiuse ed in silenzio nel caldo del negozio di animali fino a quando non è arrivato il vero crollo, che ha spaccato la loro gabbia protettiva. Quelle pecore mi fanno venire in mente I Forconi, composti da persone che se ne stanno al sicuro a belare davanti alla televisione per tutto l’anno, salvo poi uscire ad urlare e a creare il panico per qualche giorno di ribalta. Quelle pecore rappresentano le rivolte incontrollate, che travolgono rabbiosamente la presunta causa dei mali, ma che, comunque, la lasciano in vita. Il ragazzo viene calpestato e attaccato, ma sopravvive. Viene intervistata la scrutatrice, che con aria preoccupata e scossa dice che il giovane sarebbe potuto morire sotto gli zoccoli delle pecore. Come la sua controparte maschile, rappresenta le classi più privilegiate che dall’alto osservano i tumulti della gente, stupendosi, indignandosi.

8 – Lo sguardo. Alla fine, il ragazzo si rialza, guarda verso un punto indefinito dietro alla telecamera e ritorna a votare. And what will your first time be like? Find out on Election Day (E la tua prima volta come sarà? Scoprilo alle elezioni). Non saprei se dare a questa chiusura un’interpretazione negativa o positiva. Negativa nel senso di circolarità, di errori e di corruzioni che si spengono e ritornano, si spengono e ritornano. Positiva nel senso di speranza di un cambiamento, dato dalla coscienza dell’importanza del voto. Tenendo sempre in considerazione lo scopo di questo spot, propendo per la seconda opzione.

Al di là di questa interpretazione fuori dagli schemi e assai forzata, ci tengo anche io a sottolineare l’importanza delle elezioni europee. Non sottovalutatele, informatevi e fate sentire la vostra voce: http://www.elections2014.eu/it.

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Al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia non è mancato il tema dell’informazione e dei media indipendenti in Russia. A discutere dell’argomento, quattro relatori, come si suol dire, con le mani in pasta nella questione: Zygmunt Dzieciolowski, giornalista e documentarista, Mikhail Zygar e Tikhon Dzyadko, rispettivamente direttore e vicedirettore di TV Rain, e Karén Shainyan, per Slon, importante testata online russa sull’economia. L’incontro aveva come titolo Il caso di TV Rain e quindi è stato Mikhail Zygar a dare il via alla conferenza. TV Rain (Dozhd) ha la sua base centrale a Mosca ed è un canale d’informazione televisiva attualmente sottoposto a continui attacchi politici e censure. Ormai oscurato da quasi tutti i fornitori di servizi via cavo, continua a sopravvivere attraverso le trasmissioni sul web. Perché? I programmi di TV Rain sono comparsi in onda per la prima volta nel 2010: al contrario di quanto si possa pensare, la richiesta di un’informazione giornalistica imparziale, completa e rigorosa era forte. Lo stesso Dzyadko afferma che nel loro lavoro iniziale non c’era nulla di eccezionalmente eroico, solo la ricerca della verità.

Gli stessi spettatori di TV Rain hanno la tendenza a preferire i programmi che trasmettono servizi o dibattiti in diretta, sui quali la possibilità di manipolazione o falsificazione è drasticamente ridotta. L’abitudine in Russia ad intervenire sulle notizie registrate è diffusa. Il canale è stato oscurato lo scorso gennaio a causa di un particolare sondaggio sull’assedio di Leningrado durante la Seconda Guerra Mondiale. La città si sarebbe dovuta arrendere, evitando così il massacro dei cittadini, o no?, questa era la domanda ed è diventata rapidamente una questione di stato, portando il canale alla chiusura e sull’orlo del fallimento. Tutti i fornitori di servizi via cavo o satellitari che hanno escluso TV Rain si sono pubblicamente dichiarati offesi dal sondaggio, ma poi privatamente hanno confessato le pressioni subite dal Cremlino. Questa censura massiccia ha comportato al canale la perdita del 90% dell’audience e il fallimento completo è stato evitato da una campagna di raccolta fondi.

Nonostante l’interessamento degli spettatori, i cittadini russi disposti a lottare per un’informazione pulita sono comunque una minoranza. Mikhail Zygar racconta di come i suoi colleghi siano costantemente sottoposti, anche dagli stessi familiari, a pressioni psicologiche, minacce ed esclusioni. L’informazione è ancora fortemente sentita come un sinonimo di propaganda e di parzialità. Il giornalismo in Russia deve essere schierato o viene accusato di tradimento e sedizione. Anche le leggi sui media e sui canali di comunicazione non si stanno muovendo verso l’indipendenza. I blog, ad esempio, sono entrati di recente nel mirino della censura di Putin. Se fino a qualche anno fa le notizie che giravano attraverso il web rimanevano di nicchia, in sordina, ora è impossibile non notare il ruolo da protagonisti che hanno i blogger più in vista. In virtù di questo potere, i blog più letti in Russia sono destinati ad essere equiparati ai media tradizionali, con tutte le conseguenze del caso. I blog con più di 3000 lettori (non è ancora stato chiarito il metodo di conteggio) saranno sottoposti agli stessi obblighi delle testate giornalistiche. Si tratta di una serie di provvedimenti previsti dal pacchetto antiterrorismoche va a colpire anche i social network.

Il Servizio Federale per il controllo nell’ambito delle comunicazioni procederà all’identificazione dei vari blog, esaminandoli, inserendoli in un registro (privandone l’anonimato) e sottoponendoli a delle restrizioni sui contenuti e sulla diffusione. Le piattaforme di blogging e i social network che non dovessero fornire i dati dei blogger interessati, verrebbero multati e bloccati. Dietro a questa proposta di legge c’è anche Andrei Lugovoj, accusato dalla procura della Gran Bretagna dell’omicidio di Aleksandr Litvinenko. Grazie a questo pacchetto antiterrorismo, lo scorso 13 marzo è stato oscurato il blog di Alexei Navalny, leader dell’opposizione russa e questo caso particolare ci permette di comprendere meglio il funzionamento dei meccanismi di censura. Pavel Durov, il giovane fondatore di Vkontakte, il social network più popolare in Russia, il 16 aprile ha diffuso pubblicamente una lettera inviatagli dalla procura generale, con la quale gli si ordinava di bloccare sul social la pagina dedicata alle attività di Navalny. Durov si è rifiutato di cedere alla censura politica.

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