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Archivio mensile:giugno 2014

Quel gran calderone che è l’America.

Già è noto il fatto che gli Usa siano un calderone di forti contraddizioni e paradossi. In un miscuglio così eterogeneo di tradizioni, esperienze e culture, è impossibile aspettarsi una lineare coerenza e, infatti, in America si passa spesso molto rapidamente da picchi di grandi innovazioni a clamorose ricadute nel passato. A detta di molti, negli Usa c’è un profondo zoccolo duro di bigottismo che ancora si fa sentire e non solo nelle generazioni più mature.

Shakespeare? Da censurare!

In numerosi college americani Shakespeare e Twain sono stati marchiati come degli scrittori pericolosi, da affrontare solo se preventivamente etichettati per le tematiche delicate che contengono: nel caso di Shakespeare, per Il Mercante di Venezia, l’antisemitismo, nel caso di Mark Twain, per Le Avventure di Huckleberry Finn, il razzismo. La lista dei libri a rischio è lunga. Troviamo Mrs. Dalloway di Virginia Woolf, perché inviterebbe al suicidio e anche Il Grande Gatsby di Francis Fitzgerald, perché legato al sessismo.

La cultura DEVE provocare.

Quasi verrebbe da esclamare: Ecco, i soliti professori accademici e chiusi che cercano di incatenare la creatività dei più giovani!, ma, in verità, questa proposta di censura preventiva arriva dagli studenti stessi e, per questa volta, a indignarsi sono proprio i professori. I veri insegnanti ben sanno che essere provocatori fa parte dei loro compiti e che la cultura, anche quella più vivace e conturbante che può provenire dai libri, mai deve sottostare alle paure e alle barriere della mente, ma deve sfidarle. L’istruzione non può accontentare il desiderio irrazionale di occultare delle verità scomode o degli argomenti delicati. Che cosa propongono questi studenti? Vorrebbero imporre ai testi scolastici più controversi e ambigui delle etichette di segnalazione, per mettere in guardia i lettori.

In guardia da che cosa, di grazia?

Presso il Wellesley College, nel Massachusetts, centinaia di studenti hanno firmato una petizione per far rimuovere la statua realistica di un uomo in mutande, perché la scultura risultava potenzialmente oscena, con il rischio che potesse innescare in alcuni studenti ricordi di violenze sessuali. La censura anche dei testi scolastici, quindi, nasce principalmente dal tentativo di eliminare ogni possibile riferimento alla sessualità, alle questioni di genere, al razzismo e alla violenza, per proteggere i giovani più sensibili o affetti da disturbi da stress post traumatici.

Quel pasticciaccio brutto del politically correct.

La verità è che, per una questione di forte chiusura mentale e di paura della realtà, nel 2014 si sta accusando Shakespeare di aver scritto delle opere antisemite e, quindi, disturbanti. La faccenda del politically correct, certamente sensata in molti casi, rischia se travisata di diventare un’arma a doppio taglio, usata per tutelare i giovani studenti da verità troppo complesse o equivocabili, che possano urtare certe sensibilità. Però, esiste una bella differenza tra il limitarsi a fornire dei paraocchi, con il pericolo di manipolare e distruggere la cultura, e il mettersi completamente in gioco, accettando di lasciarsi incuriosire, emozionare, stimolare e a volte, perché no, anche indignare da tutte le sfumature del sapere.

Si chiudono le porte, rimangono aperti i portoni.

La letteratura è figlia del suo tempo e non possiamo pretendere da opere del secolo scorso un’attenzione a certi temi delicati che è propria della nostra contemporaneità. Qui parliamo di testi di una certa età, di grandi classici del passato. accusare Mark Twain e il suo Huckleberry Finn del 1884 di razzismo, quando neanche ci si poneva ancora la questione dell’uguaglianza, è quantomeno sterile e sintomo di un morboso attaccamento al politically correct. D’altra parte, è un tipo di censura fallimentare proprio per questo anacronismo: si proteggeranno gli studenti dal presunto sessismo del Grande Gatsby, ma poi chi li proteggerà dal mondo vero, dai libri più attuali, dalle violenze della televisione o di internet? La realtà non può essere etichettata o censurata ed è molto più politically incorrect di tutte le opere in questione messe insieme. Tanto vale sapere come affrontarla.

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http://www.studentifuori.it/2014/06/censure-cultura-college-usa/

Vi propongo le parole di Luigi Einaudi al riguardo dell’Ordine dei Giornalisti: “Albi di giornalisti! Idea da pedanti, da falsi professori, da giornalisti mancati, da gente vogliosa di impedire altrui di pensare colla propria testa. Giornalisti sono tutti coloro che hanno qualcosa da dire o che semplicemente sentono di poter dire meglio o presentar meglio la stessa idea che gli altri dicono o presentano male…Giudice della dignità o indegnità del giornalista non può essere il giornalista, neppure se eletto membro del consiglio dell’ordine od altrimenti chiamato a dar sentenza sui colleghi…In una professione della quale tutti possono essere chiamati a far parte per una ora o per un anno o per tutta la vita…nella quale sono sempre vissuti, gli uni accanto agli altri, imbrattacarte e grandi pubblicisti, …che cosa significa un tribunale di pari? Null’altro che uno strumento fazioso per impedire agli avversari, agli antipatici, ai giovani, agli sconosciuti l’espressione libera del pensiero…Ammettere il principio dell’albo obbligatorio sarebbe un risuscitare i peggiori istituti delle caste e delle corporazioni chiuse, prone ai voleri dei tiranni e nemiche acerrime dei giovani, dei ribelli, dei non-conformisti”.

L’affermazione iniziale, Giornalisti sono tutti coloro che hanno qualcosa da dire, si apre ad alcune precisazioni. Se è vero che un giornalista, per essere tale, deve avere qualche cosa da dire, non è sempre certo che chiunque sia in possesso di un’opinione possa e debba essere un giornalista. In linea di massima, tutti hanno qualche cosa da dire, nel bene e nel male. Internet, i blog, i forum e i social network ci danno la possibilità (e l’illusione, allo stesso tempo) di arrivare a qualsiasi notizia, di intervenire in molti dibattiti, di dire la nostra su ogni argomento scottante o meno. In questo senso, certamente tutti abbiamo da dire qualche cosa. Ma un conto è condividere un tweet, un altro è fare del vero giornalismo. E questo non è un discorso elitario, ma è solo un modo per dare anche un po’ di dignità e professionalità al mestiere del giornalista. Detto questo, le discussioni attorno all’utilità o meno dell’Ordine dei Giornalisti sono quasi quotidiane, dal momento che il problema è stato inserito anche nelle iniziative e nei programmi di molti partiti (e movimenti. L’ultimo tentativo di abolirlo è del M5S). I vari attacchi sono stati sferrati direttamente in Parlamento o attraverso l’opinione pubblica, con dei referendum abrogativi, ma nulla da fare: l’Ordine ancora resiste, con le stesse regole del 1963, il numero degli iscritti che sale inesorabilmente, i suoi cinque milioni di euro di entrate all’anno solo per le quote e il suo respiro limitato e ben poco europeo.

Quella dell’Ordine dei Giornalisti è una problematica tutta italiana, ma non si pensi che anche altrove, in Europa, comunque non si discuta della situazione internazionale del giornalismo. Le associazioni European Alternatives (promotrice della partecipazione attiva dei cittadini europei alle questioni politiche, culturali e sociali) e Alliance Internationale de Journalistes lavorano insieme dal 2010 per l’istituzione di un’iniziativa europea per il pluralismo dei media, seguendo l’idea che le istituzioni europee debbano salvaguardare il diritto ad un’informazione libera, indipendente e pluralista. Come? Attraverso un’ICE, cioè un’Iniziativa dei Cittadini Europei. È un nuovo e importante strumento di democrazia partecipativa, che permette di presentare direttamente alla Commissione Europea una proposta legislativa, a patto che quest’ultima sia supportata da almeno un milione di cittadini in sette Paesi europei. Le proposte di Media Initiative (questo il nome del progetto) sono quattro e sono assai chiare:

  1. Una legislazione efficace per evitare la concentrazione della proprietà dei media e della pubblicità;
  2. Una garanzia di indipendenza degli organi di controllo rispetto al potere politico;
  3. Sistemi di monitoraggio europei più chiari per verificare con regolarità lo stato di salute l’indipendenza dei media negli Stati Membri;
  4. Linee guida e best practices dei nuovi modelli di sostenibilità editoriale per garantire un giornalismo di qualità e maggiori garanzie ai lavoratori del settore.

Il sito del progetto ha al suo interno una mappa dell’Europa interattiva, dalla quale informarsi sulla libertà dei media attraverso i profili dei vari Paesi. L’Italia è al 57° posto nell’indice mondiale per la libertà di stampa. Neanche a dirlo, il nome di Silvio Berlusconi svetta nelle prime due righe della didascalia. L’Italia, per quanto riguarda l’indipendenza e il pluralismo dei media, è stata per troppo tempo una cattiva maestra, con un servizio pubblico radiotelevisivo assoggettato alla poetica e ai poteri economici. Quella proposta da Media Initiative non è un’altra petizione online, destinata a perdersi nel nulla, ma si tratta di un vero e proprio esercizio di democrazia dal basso. I moduli per la partecipazione al progetto possono essere facilmente compilati anche dal sito stesso.

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