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Archivio mensile:luglio 2014

And it’s just a #littlesecretfilm.

Già da tempo si guarda al mondo del web come ad un nuovo territorio vergine (o quasi) da esplorare per le infinite possibilità che offre alla distribuzione a basso costo o totalmente gratuita su vasta scala di contenuti artistici che magari attraverso i canali più tradizionali non avrebbero la possibilità di emergere. Si sa, è una questione di burocrazia, di costi, di giri di conoscenze e di pigrizia mentale del grande pubblico che rende l’arte, in questo caso la cinematografia, non propriamente un pranzo di gala.

Probabilmente vi starete ancora interrogando sul significato della frase iniziale. #Littlesecretfilm è un’idea che nasce in Spagna, dalla creatività dei due registi Pablo Maqueda e Haizea G. Viana, e che si sta velocemente diffondendo, sostanzialmente perché ha dato una direzione precisa ad una tendenza di fondo che nel mondo del cinema indipendente già ribolliva. Pablo Maqueda, regista con già alle spalle due webseries (e già qui l’interesse per l’online e la gratuità è manifesto), Denmark Street e All The Women, ha girato il lungometraggio Manic Pixie Dream Girl (An Internet Love Story) seguendo proprio le 10 regole del manifesto di #littlesecretfilm, che prevedono, in sintesi, la visione del prodotto artistico come un atto d’amore verso il cinema e verso gli spettatori, per questo è il solo regista a dover finanziare il film, che deve essere girato in 24 ore ininterrotte con una piccola squadra di volontari disinteressati al profitto.

Ogni pellicola, poi, dovrà essere distribuita gratuitamente in Internet, su una qualsiasi piattaforma a scelta del regista. È definito secret perché il film dovrà essere girato di nascosto, con telecamere digitali, e non dovrà esserci nessun tipo di promozione prima dell’uscita. Lo scopo di tutto questo? Pablo Maqueda dice: Vogliamo democratizzare il cinema. Il cinema è sempre stato un atto elitario. Solo chi aveva molti soldi poteva permettersi di girare, a differenza del giorno d’oggi dove possiamo fare cinema anche solo con il nostro cellulare. Con questo progetto vogliamo che tutti quelli che hanno il desiderio di fare cinema possano farlo e che le limitazioni imposte dal manifesto siano un impulso creativo, una sfida. Insomma, se il web va incontro al cinema, anche il cinema deve adattare le sue forme alle caratteristiche dell’online: Manic Pixie Dream Girl, ad esempio, è girato con delle tecniche di ripresa particolare in stile falso Youtube.

#Littlesecretfilm non vuole essere un nuovo movimento cinematografico o una scuola, ma solo un modello di produzione non commerciale, che va a premiare lo sperimentalismo e l’atto creativo e non i soldi o la pubblicità che ruotano attorno ai film tradizionali.

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È uscito a marzo, edito da Castelvecchi, “Come vuoi morire. Rapita nella Siria in guerra” di Susan Dabbous, una giovane giornalista italo-siriana che vive in continuo spostamento, tra Washington e Parigi prima e tra Beirut e Gerusalemme ora. Susan èuna donna con due sangui diversi nel corpo e molte culture e realtà eterogenee negli occhi e nei suoi numerosi reportage; è una di quei reporter che sanno dove andare a cercare la verità, la cronaca, le vere storie: nel bel mezzo delle guerre, nei villaggi deserti e nelle voci dei cittadini. È con questa convinzione che dal marzo del 2011 ha iniziato a seguire da vicino gli eventi in Siria, nonostante la crescente radicalizzazione di alcuni gruppi Jihadisti affiliati ad Al Qaeda.

Il 3 aprile del 2013 è stata sequestrata, insieme ad altri tre reporter italiani davanti a una chiesa sconsacrata a Ghassanieh, mentre stava lavorando a un documentario per la Rai. I rapitori, gli Jihadisti del gruppo Jabhat Al-Nusra, fanno parte di una delle fazioni più violente ed estreme legate ad Al Qaeda. Dopo 11 giorni di prigionia, Susan e i suoi compagni sono stati liberati. Da questa esperienza densa e scioccante, l’autrice è riuscita a trarre un filo rosso in grado di srotolarsi e insinuarsi in tutte le sfumature del suo rapimento e, soprattutto, di dipingere un ritratto dei suoi rapitori, restituendoci quello che non è solo un diario di prigionia, ma anche lo specchio del volto della Siria, del Medio Oriente e di una mentalità a noi estranea.

«Sai che per quello che state facendo in Siria siete giudicati come terroristi?».

«Susan, non ragionare come loro, guarda le cose come sono realmente, siamo venuti qui per aiutare, non abbiamo invaso nessuna terra, non abbiamo toccato le proprietà private, le case, il cibo. I nostri uomini non violentano le donne, non uccidono deliberatamente. Noi non facciamo queste cose. I bravi musulmani non fanno queste cose. Le nostre azioni sono solo difensive. Sono loro che hanno usato la violenza per primi».

«Loro chi?».

«Gli americani, gli ebrei, gli alawiti di Assad. Sono loro i nemici dell’islam. Loro uccidono e massacrano i civili: in Iraq, in Afghanistan, in Palestina, in Siria, ma agli occhi dell’Occidente i terroristi siamo noi».

L’approccio tradizionale dei nostri media a questo tipo di rapimento, cioè un’attenzione concentrata solo sull’inizio e la fine, ci fa spesso dimenticare il legame particolare che si crea tra i rapiti e i rapitori, quasi assimilabile a una sindrome di Stoccolma. Susan durante quegli 11 giorni non viene abusata o torturata, ma, in quanto donna, viene affidata alle cure di Miriam, la ventiduenne moglie di uno degli Jihadisti. Con Miriam e con i suoi rapitori Susan è psicologicamente nuda e neonata: quando rischi la morte ogni giorno, ti liberi da tutti i pregiudizi, non ti nascondi dietro nessuna bugia, fai tabula rasa di tutte le convinzioni di comodo per fare spazio a compromessi che possono salvarti la vita. Così, Susan lascia nelle mani della nuova carceriera la sua islamizzazione. Con Miriam l’autrice ha pregato, ascoltato i discorsi di Osama Bin Laden e riflettuto. Miriam, pur nella sua fresca ingenuità da giovanissima sposa, ha delle idee molto chiare e determinate.

«Quale è la tua morte preferita?»le chiedono più volte i suoi carcerieri, ed è proprio da questa domanda che i dialoghi tra Susan e Miriam prendono forma, anche se nei limiti di un confronto non alla pari, nel quale Susan può domandare, ma non può mai provocare o criticare.

«Non ti manca mai la Tunisia? La tua famiglia?».

«La mia famiglia ora è mio marito. Da quando sono qui non ho mai telefonato ai miei genitori, mando solo dei messaggi ogni tanto per informarli che siamo vivi. Penso spesso a mia sorella. È più piccola di me, vorrebbe studiare informatica all’università di Tunisi, come ho fatto io, ma le studentesse che portano il niqab, il velo integrale, vengono discriminate, per questo ha deciso di lasciar perdere. Spero che un giorno, presto, la Tunisia cambi. Spero che diventi un luogo dove i musulmani possono vivere la religione liberamente».

Vorrei dirle che i musulmani vivono in pace nei Paesi dove c’è pace. Nei Paesi dove le persone invasate come suo marito sono in carcere. Ma non c’è spazio per le mie opinioni, non posso scambiare questo dialogo per un confronto alla pari. Io sono l’ostaggio e conosco bene i perimetri di questa conversazione. Vorrei dirle: non avete invaso nessuna terra, non avete violato la proprietà privata, nessuna casa? E allora che ci fai in questo appartamento? Chi l’ha comprata questa casa, Miriam? Tuo marito, con un mutuo? Questa è la casa di una famiglia siriana che ha abbandonato il villaggio a causa dei combattimenti selvaggi. Siete venuti qui a giocare a marito e moglie, come due ventenni incoscienti, avete occupato una casa che non è vostra e ai miei occhi di siriana più che terroristi siete dei parassiti.»

La domanda Come vuoi morire? non è una vera minaccia, perché la morte nella cultura islamica è positiva, è la via d’accesso al Paradiso, anche quando arriva come conseguenza di atti terroristici e cala sugli innocenti: è il male necessario, mentrela nostra visione occidentale esalta la vita e teme la morte, nonostante la prospettiva di un riscatto nell’aldilà. Susan, da siriana e da reporter, cerca comunque di indagare, anche nel pericolo, per capire il perché della presenza degli Jihadisti in Siria. È in questi attimi delicati di discussione che si percepisce tutto il coraggio di Susan, che, pur senza mai portare i toni allo scontro aggressivo, non si lascia distruggere dalla sua situazione e costruisce con i carcerieri un rapporto ben definito, di sorvegliato rispetto e di necessaria curiosità.

A noi lettori, specialmente se del tutto estranei alle attuali vicende del Medio Oriente, serve un trampolino di lancio che ci catapulti con grande maestria e precisione in un mondo ancora molto torbido e sconosciuto, passando attraverso la quotidianità e la vita segreta di un intero popolo, ed è esattamente ciò che fa Susan Dabbous in “Come vuoi morire. Rapita nella Siria in guerra”. 

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