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Archivio mensile:novembre 2014

-Dal mio articolo scritto per il 25 novembre uscito sul quotidiano Bresciaoggi-.

La pioggia e il freddo non hanno fermato il corteo organizzato in occasione della Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne, portato avanti dal bisogno di decine di donne e uomini di sostenere la causa e di far sentire la propria voce. Tra le sciarpe, le giacche e le bandiere rosse, indossate dai manifestanti per tingere le vie del centro con il colore dell’amore, molti visi giovani, di ragazze e ragazzi che hanno scelto di non rimanere indifferenti. I giovanissimi presenti accusano i loro coetanei di un preoccupante disinteresse generale, che porta alla rassegnata accettazione di ogni ingiustizia.

«Questa giornata non dovrebbe proprio esistere. Finchè ci sarà una ricorrenza apposta, significa che ci sarà ancora violenza. Il rispetto dovrebbe essere una cosa naturale, alla base di ogni relazione», dicono Ilaria e Mirella, 16 anni entrambe, avvolte nella bandiera rossa della Rete degli Studenti Medi di Brescia, una delle tante associazioni che hanno aderito alla giornata e al corteo. «Siamo fiere di essere donne. Vogliamo vivere la nostra femminilità senza paura, c’è un grande bisogno di educazione al riguardo, per impedire la discriminazione. Un’educazione non solo rivolta alle ragazze, ma anche e soprattutto ai ragazzi».

Purtroppo, la partecipazione maschile alla giornata non ha raggiunto un livello confortante. Se le più giovani sono particolarmente toccate e interessate dalla tematica, lo stesso non si può dire delle loro controparti maschili, che ancora latitano e non riescono ad inserirsi attivamente nella lotta alla disparità di genere. Tra le tante ragazze, erano infatti pochi i ragazzi presenti, per lo più in disparte, ad assistere alla manifestazione come spettatori. «I ragazzi spesso tendono a sminuire l’argomento, a riderci sopra, ad interessarsi solo quando accade qualcosa di davvero tragico», dice Giulia, 19 anni. «C’è un grosso equivoco alla base del disinteresse degli uomini verso questo problema, il femminismo viene visto come una scusante che permette alle donne di essere superiori e di odiare il genere maschile in generale. Non è così», spiega ancora Mirella.

Andrea, 18 anni, è uno dei ragazzi più giovani presenti al corteo, ha sfilato insieme alle sue compagne con una fascia rossa tra i capelli, alzando insieme agli altri partecipanti la sua voce per far sentire lo slogan “Se è violento, non è amore”. «Questa giornata dovrebbe essere valida per 365 giorni all’anno, non solo per uno. Siamo ancora intrappolati in una logica sessista di stampo medievale. Ormai quasi il femminicidio non fa più notizia. Bisogna anche cercare di evitare la strumentalizzazione della violenza per scopi politici», dice Andrea.

Il tema della violenza di genere apre le porte a riflessioni più ampie, che toccano anche i temi della discriminazione nei confronti di persone omosessuali o transgender. «Donne non si nasce, si diventa», dice Ilaria, citando Simone de Beauvoir, «E’ giusto parlare di violenza sulle donne, ma bisogna riferirsi davvero a tutte le donne, includendo anche chi non si ritrova nella sua sessualità biologica maschile e mentalmente, spiritualmente si sente donna», afferma Mirella.

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Domani è il 25 novembre, la Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne. Facciamo in modo che questo giorno non diventi una semplice ricorrenza di facciata, ma che possa essere il trampolino di lancio per una battaglia quotidiana e infaticabile. Ogni giorno decine, centinaia di donne vengono abusate, molestate, violentate, picchiate, umiliate, degradate, solo per il fatto di essere donne.

Quando si parla di una lotta per contrastare la violenza sulle donne, gli uomini devono essere al nostro fianco. L’odio incondizionato verso il sesso maschile non è la risposta. Non tutti sono uomini che odiano le donne e dobbiamo avere la forza e l’intelligenza di parlare con loro e di coinvolgerli nelle nostre rivendicazioni quotidiane.

Se siete oppresse, vittime di abusi da parte del vostro compagno, del vostro ex o semplicemente di un uomo di vostra conoscenza, o se sapete di una donna in questa situazione, non rimanete nel silenzio, non abbiate paura di essere nel torto: l’amore è amore vero solo quando non vi ferisce, non infanga la vostra dignità e non uccide la vostra libertà. Alzate la testa, guardatevi attorno; siamo tutte con voi. Esiste una rete di solidarietà e di aiuto che non vi abbandonerà mai. Siamo donne con e per le donne.

Se senti il bisogno di fare la tua parte e di dare una mano in tutto ciò, domani prenditi una pausa e informati se nella tua città avrà luogo un qualche evento o flash mob per il 25 novembre. Sono stati organizzati in tutta Italia centinaia di incontri, conferenze, spettacoli, cortei, presidi informativi, tavole rotonde.

Domani è il 25 novembre e si parlerà di donne, di violenza, di amore, di rispetto, di ingiustizia. Dopodomani questa giornata sarà già finita e per la maggior parte dell’opinione pubblica la questione dei femminicidi rimarrà solo un fattaccio da ascoltare distrattamente al telegiornale. Per favore, esci dal branco: continua a lottare ogni giorno per la parità dei sessi e per la difesa della dignità della donna, non arrenderti mai, non stancarti mai. Che tu sia un ragazzo o una ragazza, un uomo o una donna, è davvero indifferente, il mio appello è rivolto proprio a te, come essere umano.

Se non ora, quando?

>>>ANSA/ VIOLENZA DONNE:DOMANI GIORNATA MONDIALE CONTRO BARBARIE

Ha fatto il giro del mondo (via web, chiaramente) in poche ore. «È un fenomeno di metamedia», così si sono espressi alcuni esperti del settore: un po’ come per il metateatro plautino, in cui attraverso il teatro si parlava proprio dell’atto teatrale, in questo caso con la potenza dei social media si muovono delle critiche ai social media stessi. Svettava questo titolo su tutti i blog e i siti di informazione: Finge lunga vacanza, ma in realtà non è mai uscita di casa. Si tratta della vicenda di Zilla Van den Born, che, stando a ciò che ha pubblicato su Facebook e sugli altri social network da lei utilizzati, dovrebbe aver compiuto un avventuroso e soprattutto lungo viaggio di cinque settimane in Asia, tra Thailandia, Cambogia e Laos. In realtà, non è mai uscita di casa. Non si tratta di uno scherzo, ma di un vero e proprio esperimento sociale organizzato in pompa magna, con tanto di foto ritoccate o prese dal web, falsi preparativi alla partenza, cartoline fittizie e telefonate via Skype con i parenti. La famiglia, all’oscuro di tutto, l’ha addirittura accompagnata all’aeroporto. Poi lei ha preso un treno ed è tornata a casa ed è riuscita a convincere tutti quanti. Lo scopo? «L’ho fatto per dimostrare alle persone che filtriamo e manipoliamo quello che facciamo vedere nei social network. Il mio obiettivo era dimostrare quanto sia facile e comune distorcere la realtà».

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Questa faccenda del metamedia non è nuova, chiaramente. Si può trovare un buon numero di video o reportage al riguardo, tutti rigorosamente diffusi sulle stesse piattaforme verso le quali si punta il dito. È noto il cortometraggio di Shaun Higton, What’s on your mind? (che corrisponde al nostro A cosa stai pensando? di Facebook), che esplora il confine tra vita vera e aggiornamenti di status su Facebook, ovvero di come i social network possano essere usati come lo specchio dorato di una vita reale mediocre o quantomeno ordinaria. Fin qui, ad ogni modo, tutto bene, relativamente parlando. Si tratta comunque di un fenomeno allarmante, ma circoscritto alla sfera individuale e personale del singolo. È una questione sostanzialmente di pigrizia mentale che ci porta ad accettare come verità tutto quello che recepiamo attraverso uno schermo. Guardando lo spot di presentazione dei Google Glass si può avere la stessa sensazione. In sintesi, il video mostra la giornata tipo di una persona qualsiasi vista attraverso i Google Glass e come ogni azione, dall’andare in libreria al prendere un caffè con un amico, possa essere facilitata dall’uso degli occhiali interattivi in questione. Ed è esaltante e sconfortante al tempo stesso, perché assistiamo alla realtà ipotetica di una persona che non compie (non vuole compiere) lo sforzo fisico e mentale di cercare autonomamente un libro sugli scaffali, ma preferisce farsi indicare il punto esatto dai suoi Google Glass. È la cartina tornasole di un totale e liberatorio affidamento ai media, ai social media e agli strumenti che da essi derivano. Liberatorio perché, in un mondo così caotico e teso verso la complessità, è davvero confortante l’idea di poter delegare ad altri il controllo delle nostre relazioni o, ad esempio, delle informazioni che recepiamo.

Da qui nascono le bufale, cioè dalla tendenza a prendere per vera ogni notizia proposta, senza scendere in approfondimenti o verifiche di sorta. Se ormai possiamo anche dichiararci allenati al riconoscimento di possibili bufale, in modo particolare quelle che favoleggiano la morte di personaggi noti o eccessivamente esagerate, il web rimane colmo di bufale più o meno velate e difficilmente riconoscibili. Parlare di bufale vere e proprie a questo punto allora non ha più senso, perché lo scopo della bufala è lo scherzo dichiarato, mentre invece qui si tratta di notizie false di basso profilo e poco teatrali, quasi credibili e anche sensate. Solo, non sono vere, o meglio, possono essere storpiate, manipolate, ingigantite o travisate. Il sito www.bufale.net, con l’aiuto dei suoi lettori, ha l’occhio allenato in questo campo e riporta quasi quotidianamente le bufale più subdole e rischiose, proprio perché sono quelle che possono sembrare genuinamente plausibili all’utente medio dei social network e dei blog, che normalmente si ferma alla lettura del titolo della notizia e non spende il suo tempo in una vera analisi dell’articolo. La riflessione di Zilla, la ragazza della finta vacanza in Asia, ha delle ripercussioni preoccupanti nel momento in cui viene proiettata non nella sfera personale, ma in quella pubblica e globale dell’informazione. Le notizie possono essere manipolate e la realtà che ci viene presentata dal web spesso è sfasata e distorta rispetto alla verità dei fatti. Di fatto non possiamo monitorare, né controllare la purezza di una fotografia o di una notizia, sostanzialmente perché ci scontriamo con una sovrastruttura mediatica più grande delle nostre capacità e assai intricata e complessa.

Che cosa succede quando questa distorsione non riguarda più solo notizie marginali o di poco conto, ma va a toccare argomenti molto delicati? Si sa, il web esplode quando succede qualcosa di grosso e tutti hanno la loro da dire, perché spesso in questi casi l’importante non è il contenuto, ma il fatto di avere delle notizie fresche e scioccanti da diffondere, anche a discapito della loro veridicità. Così è successo per la questione palestinese e anche per l’ISIS. Nel primo caso, ad esempio, venne diffuso il video di alcuni ragazzi in una buca, con dei soldati che gettano sabbia e terra addosso alle presunte vittime e fu fatto passare come un atto di tortura dei soldati israeliani nei confronti di bambini palestinesi. In verità si è poi scoperto che si trattava di un filmato di anni prima, riguardante un sistema di allenamento alla fatica delle reclute dell’esercito giordano. Ha fatto tanto scalpore la fotografia delle due soldatesse israeliane in posa con un cartello con scritto WE KILL CHILDREN: falsa e photoshoppata. Per quanto riguarda la questione dell’ISIS, sono innumerevoli i casi di fotografie o di video vecchi e decontestualizzati riproposti per creare delle false notizie, sfruttando anche l’ignoranza occidentale in fatto di lingue, bandiere, costumi ed etnie mediorientali. È stata diffusa la fotografia di una bimba decapitata, spacciandola come vittima di un attacco dei militanti dell’ISIS perché appartenente ad una famiglia cristiana. La foto in verità è del 2012 e la piccola fu uccisa durante il regime di Assad. Ricordiamo anche il video e la fotografia di un giovane militante dell’ISIS accanto ad una bambina in lacrime. Si sparse la notizia di un matrimonio forzato tra i due, con conseguente abuso sessuale, mentre in verità la bambina stava sfogando la sua delusione per aver sbagliato a recitare il Corano in una gara. Ad ogni modo, rivelare le bugie che si nascondono dietro determinate notizie non è sinonimo di favoritismo per una o per l’altra parte, perché la verità e la ricerca della stessa si collocano al di sopra di ogni parteggiamento. Internet ha un archivio fotografico pressoché infinito, colmo di immagini di ogni sorta e provenienza, prive di controllo e di dati, che passano di mano in mano e di sito in sito, utilizzate a seconda delle necessità e, di conseguenza, travisate dalla maggioranza. Siamo quotidianamente sottoposti all’influenza di notizie false o quantomeno imprecise e approssimative e spesso ce ne rendiamo anche conto.

Se da un lato è ancora presente una ben radicata fiducia nell’informazione e negli strumenti che si occupano di diffonderla, è anche vero che si sta sviluppando un’ossessiva sindrome del complotto, che vuole vedere il falso e la faccia oscura della luna in tutto, nell’idea che non ci sia più modo di fidarsi dei mass media in generale. Si sta iniziando a guardare ai social media e all’informazione come se si trattassero della piccola punta esposta di un grosso iceberg nascosto quasi del tutto. Di fronte alle immagini della morte del giornalista James Foley c’è chi subito ha sentito odore di falsificazione e complotto. Siamo impotenti davanti alla macchina del web, combattuti tra la ricerca metodica della verità e il desiderio latente di scovare delle bugie dappertutto, sostanzialmente perché siamo sprovvisti degli strumenti per riuscire a muoverci in un labirinto che solo in apparenza ci pone tutti sullo stesso livello.