Bufale, complotti e finte vacanze

Ha fatto il giro del mondo (via web, chiaramente) in poche ore. «È un fenomeno di metamedia», così si sono espressi alcuni esperti del settore: un po’ come per il metateatro plautino, in cui attraverso il teatro si parlava proprio dell’atto teatrale, in questo caso con la potenza dei social media si muovono delle critiche ai social media stessi. Svettava questo titolo su tutti i blog e i siti di informazione: Finge lunga vacanza, ma in realtà non è mai uscita di casa. Si tratta della vicenda di Zilla Van den Born, che, stando a ciò che ha pubblicato su Facebook e sugli altri social network da lei utilizzati, dovrebbe aver compiuto un avventuroso e soprattutto lungo viaggio di cinque settimane in Asia, tra Thailandia, Cambogia e Laos. In realtà, non è mai uscita di casa. Non si tratta di uno scherzo, ma di un vero e proprio esperimento sociale organizzato in pompa magna, con tanto di foto ritoccate o prese dal web, falsi preparativi alla partenza, cartoline fittizie e telefonate via Skype con i parenti. La famiglia, all’oscuro di tutto, l’ha addirittura accompagnata all’aeroporto. Poi lei ha preso un treno ed è tornata a casa ed è riuscita a convincere tutti quanti. Lo scopo? «L’ho fatto per dimostrare alle persone che filtriamo e manipoliamo quello che facciamo vedere nei social network. Il mio obiettivo era dimostrare quanto sia facile e comune distorcere la realtà».

Zilla-Van-Den-Born-foto-manipulada-Photoshop

Questa faccenda del metamedia non è nuova, chiaramente. Si può trovare un buon numero di video o reportage al riguardo, tutti rigorosamente diffusi sulle stesse piattaforme verso le quali si punta il dito. È noto il cortometraggio di Shaun Higton, What’s on your mind? (che corrisponde al nostro A cosa stai pensando? di Facebook), che esplora il confine tra vita vera e aggiornamenti di status su Facebook, ovvero di come i social network possano essere usati come lo specchio dorato di una vita reale mediocre o quantomeno ordinaria. Fin qui, ad ogni modo, tutto bene, relativamente parlando. Si tratta comunque di un fenomeno allarmante, ma circoscritto alla sfera individuale e personale del singolo. È una questione sostanzialmente di pigrizia mentale che ci porta ad accettare come verità tutto quello che recepiamo attraverso uno schermo. Guardando lo spot di presentazione dei Google Glass si può avere la stessa sensazione. In sintesi, il video mostra la giornata tipo di una persona qualsiasi vista attraverso i Google Glass e come ogni azione, dall’andare in libreria al prendere un caffè con un amico, possa essere facilitata dall’uso degli occhiali interattivi in questione. Ed è esaltante e sconfortante al tempo stesso, perché assistiamo alla realtà ipotetica di una persona che non compie (non vuole compiere) lo sforzo fisico e mentale di cercare autonomamente un libro sugli scaffali, ma preferisce farsi indicare il punto esatto dai suoi Google Glass. È la cartina tornasole di un totale e liberatorio affidamento ai media, ai social media e agli strumenti che da essi derivano. Liberatorio perché, in un mondo così caotico e teso verso la complessità, è davvero confortante l’idea di poter delegare ad altri il controllo delle nostre relazioni o, ad esempio, delle informazioni che recepiamo.

Da qui nascono le bufale, cioè dalla tendenza a prendere per vera ogni notizia proposta, senza scendere in approfondimenti o verifiche di sorta. Se ormai possiamo anche dichiararci allenati al riconoscimento di possibili bufale, in modo particolare quelle che favoleggiano la morte di personaggi noti o eccessivamente esagerate, il web rimane colmo di bufale più o meno velate e difficilmente riconoscibili. Parlare di bufale vere e proprie a questo punto allora non ha più senso, perché lo scopo della bufala è lo scherzo dichiarato, mentre invece qui si tratta di notizie false di basso profilo e poco teatrali, quasi credibili e anche sensate. Solo, non sono vere, o meglio, possono essere storpiate, manipolate, ingigantite o travisate. Il sito www.bufale.net, con l’aiuto dei suoi lettori, ha l’occhio allenato in questo campo e riporta quasi quotidianamente le bufale più subdole e rischiose, proprio perché sono quelle che possono sembrare genuinamente plausibili all’utente medio dei social network e dei blog, che normalmente si ferma alla lettura del titolo della notizia e non spende il suo tempo in una vera analisi dell’articolo. La riflessione di Zilla, la ragazza della finta vacanza in Asia, ha delle ripercussioni preoccupanti nel momento in cui viene proiettata non nella sfera personale, ma in quella pubblica e globale dell’informazione. Le notizie possono essere manipolate e la realtà che ci viene presentata dal web spesso è sfasata e distorta rispetto alla verità dei fatti. Di fatto non possiamo monitorare, né controllare la purezza di una fotografia o di una notizia, sostanzialmente perché ci scontriamo con una sovrastruttura mediatica più grande delle nostre capacità e assai intricata e complessa.

Che cosa succede quando questa distorsione non riguarda più solo notizie marginali o di poco conto, ma va a toccare argomenti molto delicati? Si sa, il web esplode quando succede qualcosa di grosso e tutti hanno la loro da dire, perché spesso in questi casi l’importante non è il contenuto, ma il fatto di avere delle notizie fresche e scioccanti da diffondere, anche a discapito della loro veridicità. Così è successo per la questione palestinese e anche per l’ISIS. Nel primo caso, ad esempio, venne diffuso il video di alcuni ragazzi in una buca, con dei soldati che gettano sabbia e terra addosso alle presunte vittime e fu fatto passare come un atto di tortura dei soldati israeliani nei confronti di bambini palestinesi. In verità si è poi scoperto che si trattava di un filmato di anni prima, riguardante un sistema di allenamento alla fatica delle reclute dell’esercito giordano. Ha fatto tanto scalpore la fotografia delle due soldatesse israeliane in posa con un cartello con scritto WE KILL CHILDREN: falsa e photoshoppata. Per quanto riguarda la questione dell’ISIS, sono innumerevoli i casi di fotografie o di video vecchi e decontestualizzati riproposti per creare delle false notizie, sfruttando anche l’ignoranza occidentale in fatto di lingue, bandiere, costumi ed etnie mediorientali. È stata diffusa la fotografia di una bimba decapitata, spacciandola come vittima di un attacco dei militanti dell’ISIS perché appartenente ad una famiglia cristiana. La foto in verità è del 2012 e la piccola fu uccisa durante il regime di Assad. Ricordiamo anche il video e la fotografia di un giovane militante dell’ISIS accanto ad una bambina in lacrime. Si sparse la notizia di un matrimonio forzato tra i due, con conseguente abuso sessuale, mentre in verità la bambina stava sfogando la sua delusione per aver sbagliato a recitare il Corano in una gara. Ad ogni modo, rivelare le bugie che si nascondono dietro determinate notizie non è sinonimo di favoritismo per una o per l’altra parte, perché la verità e la ricerca della stessa si collocano al di sopra di ogni parteggiamento. Internet ha un archivio fotografico pressoché infinito, colmo di immagini di ogni sorta e provenienza, prive di controllo e di dati, che passano di mano in mano e di sito in sito, utilizzate a seconda delle necessità e, di conseguenza, travisate dalla maggioranza. Siamo quotidianamente sottoposti all’influenza di notizie false o quantomeno imprecise e approssimative e spesso ce ne rendiamo anche conto.

Se da un lato è ancora presente una ben radicata fiducia nell’informazione e negli strumenti che si occupano di diffonderla, è anche vero che si sta sviluppando un’ossessiva sindrome del complotto, che vuole vedere il falso e la faccia oscura della luna in tutto, nell’idea che non ci sia più modo di fidarsi dei mass media in generale. Si sta iniziando a guardare ai social media e all’informazione come se si trattassero della piccola punta esposta di un grosso iceberg nascosto quasi del tutto. Di fronte alle immagini della morte del giornalista James Foley c’è chi subito ha sentito odore di falsificazione e complotto. Siamo impotenti davanti alla macchina del web, combattuti tra la ricerca metodica della verità e il desiderio latente di scovare delle bugie dappertutto, sostanzialmente perché siamo sprovvisti degli strumenti per riuscire a muoverci in un labirinto che solo in apparenza ci pone tutti sullo stesso livello.

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2 commenti
  1. unemme ha detto:

    Mi sembri molto pessimista verso il web. O mi sbaglio?
    Non che io non lo sia, anzi

    • Ciao!
      Non proprio, a dire la verità. Io ci vivo, sul web e lo apprezzo molto. Mi trovo più pessimista nei confronti delle persone o dei sistemi politici che lo utilizzano in determinati modi…!

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