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Archivio mensile:dicembre 2014

C’è sempre chi dirà che si stava meglio prima. È un dato di fatto, quasi nessuno è davvero orgoglioso dell’era in cui vive e si ha una costante ansia di essere nati nel momento sbagliato, nell’anno sbagliato, nel secolo sbagliato. Il futuro è una bella incognita, il presente è un gran caos e il passato è l’unico altro riferimento che ci rimane. Si stava meglio quando si stava peggio, dicono. Io mi sono sempre immaginata un lunga fila di uomini, ciascuno guarda le spalle di chi gli sta davanti e contemporaneamente dà le spalle al suo precedente. Il primo della fila ad un certo punto si volta indietro e così man mano fanno tutti gli altri. Ecco, così facciamo noi e così hanno fatto anche quelli prima di noi: si sono guardati indietro, per vedere se nel passato le cose andavano un po’ meglio. Il bello è che con questo discorso si dovrebbe tornare alla famosa notte dei tempi, perché addirittura Catone il Censore (e chi non se lo ricorda, questo vecchio antipatico?), nel 184 a.C., ebbe da ridire sui vizi del suo tempo, rimpiangendo le nobili virtù del passato. E di sicuro anche gli abitanti del tempo a cui Catone fa riferimento erano dei nostalgici dei bei vecchi tempi antichi (forse solo il primitivo con la clava non si pose dei problemi morali del genere).

Però, ci sono alcuni momenti della storia in cui è davvero difficile non annusare nell’aria un certo odore strano, diverso. Proprio te lo senti addosso il cambiamento, come un pizzicorino fastidioso. Ti guardi attorno e capisci che la società di adesso è arrivata ad un confine e si è fermata sull’orlo del baratro, con i piedi a penzoloni. Mia madre me lo dice spesso (e il più delle volte lamentandosi degli scimmioni che parcheggiano in curva allo stop o che lanciano dai finestrini le cartacce): «Siamo in un periodo di vero degrado». E non è neanche la prima volta. L’umanità raggiunge i suoi apogei dorati, le sue vette e poi crolla. E in quei momenti d’oro e di grande luminosità già si sentono le prime avvisaglie della crisi. Così nel 476 d.C. cadde l’Impero romano d’Occidente, dopo almeno un paio di secoli di corruzione e di decomposizione maleodorante, celata sotto lo sfarzo e l’opulenza ostentata. Poi c’è stata la Fin de Siècle (la fine di un secolo), tra decadentismo ed estetismo, quando, secondo Oscar Wilde e il suo compare nostrano, la società corrotta, dozzinale, brutta, ipocrita, industriale e sciapa dei borghesi era giunta all’apice della sua insensatezza, in un accumulo di porcherie. Allora, tanto valeva godersela alla grande prima del salto nel vuoto.

E adesso? Certe volte mi ritrovo a pensare che se gli undicenni di oggi non hanno la benché minima idea di chi fossero Calvino o David Bowie, la colpa non è loro (o almeno, non solo), ma del fatto siamo di nuovo giunti ad un apogeo e che la loro mente, sotto il peso di troppa memoria storica e sociale accumulata, sta rigettando tutto per fare tabula rasa, in preparazione di una nuova era. Emblematica l’immagine ormai un po’ teatrale (e davvero molto decadente) dell’orchestra del Titanic che non smise di suonare la fastosa musica della Belle Époque nemmeno mentre il baraccone affondava miseramente. Nessuno dei musicisti sopravvisse. Fatto sta che questa immagine, dello sfarzo gioioso e superficiale che persiste per coprire il degrado, mi fa venire in mente Facebook. È stato un anno meraviglioso, ci dice Facebook, proponendoci una bella scelta delle foto migliori del nostro anno. Quelle dove siamo sempre felici, sempre in vacanza, sempre belli, sempre con un cocktail in mano. Come ha detto Maria Luisa Agnese sul Corriere della Sera, parlando proprio di quest’ultima trovata di Facebook, le fotografie sono state composte “come in un puzzle da eterno Mulino Bianco”. E ci mancherebbe anche, visto che ci stiamo riferendo al social network che più di tutti è lo specchio delle nostre brame. Insomma, mentre tutto fuori crolla, lui ci delizia con i nostri selfie meglio riusciti. Se Twitter è diventato il regno della brevitas e del sarcasmo rapido e fulminante (per forza di cose), sicuramente Baudelaire avrebbe fatto diventare virale l’hashtag #LesFleursDuMal.

Un tempo l’aria di cambiamento, nel bene o nel male che fosse, soffiava attraverso la letteratura e l’arte in generale. Dire che oggi non sia più così mi sembra quasi esagerato, ma sicuramente una bella parte la giocano anche i social network, che sono la cartina di tornasole dei nostri sogni, delle nostre paure. A proposito, quale sarà il social network del futuro? Tutto è partito da SixDegrees, nel 1997, dove ancora a farla da padrone era un tiepido bisogno di familiarità e intimità: i computer erano dei bestioni usati dalla maggior parte delle persone per svolgere delle funzioni utili ad una ristretta cerchia di amici o familiari. Magari si giocava, magari si elaboravano dati o ci si spediva dei messaggi, ma l’idea di potersi connettere con il mondo intero o di accedere a milioni di informazioni con un semplice click (oggi è la normalità. I bambini hanno più difficoltà nel cercare una parola sul vocabolario) era ancora lontana. Oggi tutto quello che un tempo poteva sembrare del materiale per un film fantascientifico è diventato realtà e ne siamo assuefatti. Eppure, se qualcuno avesse detto ai nostri genitori da giovani che in un prossimo futuro i loro figli avrebbero potuto condividere con il mondo intero informazioni, fotografie, interessi, contenuti e molto altro attraverso i computer e degli altri apparecchi tecnologici, probabilmente alle loro orecchie sarebbe sembrato molto strano, bizzarro, ma non impossibile, perché era tutto sommato una prospettiva concretamente immaginabile. E adesso? Quale sarà il prossimo passo?

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Mi è capitato qualche tempo fa di leggere un articolo al riguardo: «Espressione multipla del sé. I social network del futuro permetteranno di manifestare i diversi aspetti della propria personalità, creando una sinergia tra tutte le proprie identità on-line». Aiuto, quanti paroloni. Espressione multipla del sé? Diversi aspetti della propria personalità? Sinergie? Ma stiamo parlando di una seduta psichiatrica? Già faccio fatica a tenerne a bada una sola di personalità, figuriamoci se sono multiple! Soprattutto, che significato hanno quelle parole? Nel concreto, che cosa vogliono dire? Forse uno dei più grandi segnali di decadenza si ha proprio quando le cose iniziano a diventare eccessive, grottesche, barocche, sbrodolate su se stesse. Però, io non ho mai amato l’ammuffita sentenza Si stava meglio quando si stava peggio. Alla fine di questo 2014, anno in cui molto ho parlato del ruolo giocato dai social media nelle nostre vite, anche in toni pessimistici, vorrei spezzare una lancia in favore dei social network che adesso abbiamo. Anche se sono diventati falsi, anche se sembrano più dei bar di quartiere, anche se ci rendono apatici e distaccati. Se dovessimo soppesare ogni cosa in base ai difetti, credo che le nostre vite sarebbero ugualmente vuote e piene di rimpianti.

Penso a Samantha Cristoforetti, che dall’ISS in orbita ci guarda dall’alto, serena e attenta, mentre galleggia in quello spazio oscuro e silenzioso che affascina noi tanto quanto ha popolato i sogni di tutti i nostri antenati. Penso al fatto che la solitudine lassù deve avere un sapore diverso, forse più dolce, forse più amaro, ed è in qualche modo attenuata dai social network che collegano Samantha a noi e che ce la fanno sentire più vicina, più familiare, quasi come se fosse una vecchia amica partita per un lungo viaggio. Penso al sito http://friendsinspace.org, che può essere visto o come uno dei sintomi della crisi o come una nicchia ancora protetta e sana, che con una semplicità quasi commovente ti permette di seguire il percorso in orbita di Samantha, con la possibilità anche di mandarle un segnale di saluto e di salutare le altre persone connesse, che sulla mappa sembrano delle piccole stelle. Nessuna parola, nessun selfie, nessuno stato da condividere, nessun esibizionismo: solo dei puntini che si inviano delle onde. Penso a Loujain al-Hathloul e a Maysa al-Amoudi, le due donne saudite arrestate il 30 novembre e accusate di terrorismo solo per il fatto di aver guidato in Arabia Saudita, dove si crede che il movimento dell’automobile possa rovinare le ovaie.

Se la loro storia ha fatto il giro del mondo, sollevando un gran polverone di indignazione e di proteste, è perché entrambe l’hanno affidata a Twitter e ai loro follower, che hanno continuato a spargere la voce anche quando alle due non è stato più permesso parlare. Forse ha ragione mia madre, forse stiamo davvero andando incontro al degrado più spinto. Si dice che il problema non è la caduta, ma l’atterraggio. Siamo già in caduta libera, ma chi molla tutto è perduto. Se nulla importa, per che cosa continui a lottare? Non so se il vostro 2014 sia stato un anno meraviglioso o no. E non me la sento neanche di giocare sporco e di mettermi nei panni del venditore di almanacchi di Leopardi, che vive nell’ingenua certezza che l’anno che viene sarà sempre migliore rispetto a quello che se ne va. Il primo gennaio sarà la prima pagina di 365 fogli bianchi. Sta a noi scrivere il finale? Forse no, ma almeno un buon capitolo ce lo possiamo ritagliare, tra Fin de Siècle e Fleurs du Mal. Continuate a lottare per tutto ciò che vi strappa un sorriso. Buon 2015.

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Avete presente la pagina Facebook “BOOM. Sei stato friendzoned”? Esilarante, no? L’immagine di ragazza tipo che ne viene fuori è quella di una sfiziosetta torturatrice che sfrutta gli uomini con il potere della seduzione, senza mai però concedersi e fulminando il povero sventurato con la fatidica frase “Scusa, ti vedo solo come un amico”. E in effetti, sembra proprio essere così, se non fosse che qualche tempo fa ho riconsiderato la mia idea sul concetto di friendzone, grazie a Harry Potter. O meglio, grazie all’attore di Harry, Daniel Radcliffe, con quel suoi faccino che in molti abbiamo finito per odiare. Intervistato da BuzzFeed sulla sua nuova commedia romantica, What If, in cui il buon Daniel si innamora di una ragazza impegnata, si è espresso sulla friendzone. «Have you ever heard a girl say she’s in the friend zone? […] I definitely think the idea of friendzone is just men going “This woman won’t have sex with me”».

E lì ho davvero capito il fatto che la friendzone, seppur divertente e caricaturale, è l’ennesima invenzione maschile per giustificare se stessi e attaccare le donne. Perché per loro tutta l’esistenza ruota, in modo più o meno velato, attorno alla costante affermazione della loro virilità. E ne fanno una questione di orgoglio, di vitale importanza e questo li rende automaticamente pericolosi. Quando una donna non ottiene il sesso o l’amore che desidera (e non è vero che le ragazze non vengono mai rifiutate. In media però si può dire che sanno giocare meglio le loro carte), non ne fa un problema di stato. L’uomo, invece, sì e si sente ferito nel suo animo di maschio alfa infallibile. Nel migliore dei casi si inventa la friendzone e dichiara guerra alle donne non disposte a stare con lui, nel peggiore può arrivare ad uccidere, violentare, stalkerare, molestare o deturpare. In un mondo come questo, che ti mette alla prova, è sufficientemente stronzo ed è sempre più declinato al femminile, i maschi non si sentono più del tutto a loro agio. Qualcosa è andato maledettamente storto nei loro piani, ma che cosa? Forse l’emancipazione sessuale, sociale e culturale delle donne (è dura avere un capo donna o una compagna più intelligente), forse il fatto che l’evoluzione, nel bene e nel male, abbia tolto loro di mano la clava e ci abbia messo un joystick o un qualche altro oggetto di lusso, rendendoli senza dubbio più sensibili, ma anche più rammolliti e mammoni. La donna, paziente e lungimirante dalla notte dei tempi, è esplosa, lanciando all’esterno le potenzialità che sempre nel passato ha dovuto nascondere, l’uomo è collassato, ha perso i suoi capisaldi e la sua forza, si è adagiato sulla poltrona e ha dovuto affrontare dei cambiamenti sconvolgenti: per tutta una serie di nuove coordinate sociali ed etiche, non potrà più cercare moglie tra le minorenni (ti piace vincere facile?), lo stupro e la violenza non sono più accettabili e probabilmente la sua compagna sarà sveglia, indipendente, acculturata, lavoratrice e non vorrà più stare solo in cucina. Un incubo, insomma.

Ohibò, e ora che si fa? Come si riconquista la propria dignità da masculo? Come si seduce una donna dotata di raziocinio e buon senso? Come si esce dalla condizione di imbranato disadattato del XXI secolo, al quale il karma della parità dei sessi sta facendo pagare secoli di sottomissione, di violenze e di terrore? Basta chiedere una mano a Julien Blanc, il pick-up artist, cioè l’artista del rimorchio. Perché quando una ragazza è brava ad attrarre è una poco di buono, quando lo è un uomo è un artista. Julien è un venticinquenne americano di origine svizzera che lavora per una società di Los Angeles chiamata Real Social Dynamic, che fa i soldoni organizzando dei corsi per insegnare agli uomini come sedurre le donne. Julien a quanto pare è il più bravo della classe, perché è proprio un leader nel settore e una sua lezione dal vivo si paga la modica cifra di 250 dollari. E ai suoi eventi c’è quasi sempre il tutto esaurito. Il problema è che nel suo manuale per essere un bravo pick-up artist si legge una vera apologia dello stupro, dove la coercizione fisica la fa da padrona e la violenza e l’inganno sono elogiati. Su Real Time, tempo fa, girava la serie Il mio grosso grasso matrimonio gipsy, tutta incentrata sulle esose e poco sobrie tradizioni matrimoniali nelle culture nomadi. Per gli uomini gipsy il corteggiamento è molto semplice e rapido: si acchiappa una ragazza e con violenza la si palpeggia e la si bacia, anche contro il suo volere. Per Julien Blanc, con il suo bel faccino pulito, il discorso non è tanto diverso. In un raggio di buon senso, il Regno Unito, l’Australia, il Canada e il Brasile hanno rifiutato di accettare i tour educativi di Blanc, anche grazie alle numerose petizioni presentate (soprattutto da donne).

Però, è ovvio che qualcosa ci è sfuggito. «La cosa più preoccupante non è Julien Blanc, ma sono tutti quelli che si iscrivono ai seminari», dice un anonimo nel commentare l’articolo de Il Post su questa vicenda, e ha ragione. I suoi seguaci sono tutti degli uomini con difficoltà a relazionarsi? Possiamo presupporre che lo siano davvero, se sono disposti a sborsare fino a 250 dollari per farsi insegnare da uno svizzero delle tecniche di seduzione. Sono tutti dei potenziali stupratori con inclinazioni misogine? Non credo, molti di loro potrebbero essere dei ragazzi del tutto normali e pacifici, che ridono alle battute sessiste di Julien Blanc come se fossero con gli amici al bar. Proprio perché questo genere di conversazione amichevole maschile per loro non è una novità, come non suona male alle loro orecchie l’uso di insulti a sfondo sessuale o la visione della donna come una preda. Senza cattiveria, ascoltano incantati i consigli del cacciatore sul tipo di trappole da piazzare e su come stendere la malcapitata una volta catturata, sperando così di trovare magari anche l’amore della loro vita. Blanc, a ben vedere, ha scoperto così la gallina dalle uova d’oro e tutto ciò che insegna, seppur discutibile e ignobile, è per lui unicamente una fonte di soldi facili. È solo la punta di un iceberg molto più consistente e profondo, che ha le sue radici nell’educazione e nell’ansia di vivere in un mondo dove le relazioni umane vere sono diventate sempre più lontane e intricate.

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“Presi per il PIL: liberarsi dal dogma della crescita economica”, è un film-documentario di una produzione indipendente a basso budget. Realizzato grazie al sostegno della Film Commission di Torino e ad una campagna di crowdfunding sulla piattaforma Produzioni dal Basso. Per ora la distribuzione avviene solo attraverso l’organizzazione di proiezioni pubbliche e la vendita del DVD dal sito del progetto. Questo docufilm parla di ecologia e di scelte di vita alternative. E fin qui, nulla di nuovo sul fronte occidentale. Chi ormai non si diverte a parlare un po’ a casaccio di veganesimo o di quell’amico strambo che tutti hanno, ricco di famiglia, che ha mollato tutto ed è andato in Nebraska a vivere in un bungalow di solo amore e di sola arte?

Il mio articolo sul blog http://www.unacasasullalbero.com.

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