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Archivio mensile:gennaio 2015

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#VeryBello! – Diciamo che il nome è l’ultimo dei suoi problemi. A dire il vero, a me neanche dispiace. Chi lo prende come un’offesa alla credibilità degli italiani o come una punzecchiatura al nostro inglese un po’ maccheronico e tentennante, secondo me ha una grossa coda di paglia. Suvvia, è divertente ed efficace, scherza su una parola italiana che è conosciuta in tutto il mondo, al pari di pizza, mamma mia, spaghetti e vaffanculo. Sto parlando di #VeryBello, l’ultimo giocattolino del web che ha fatto andare fuori di testa la rete.

#VeryBello è il sito lanciato sabato scorso da Dario Franceschini per il MiBACT e l’Expo 2015. Insomma, un “viaggio nella bellezza”, così dicono, negli eventi paralleli all’Expo 2015. Non male l’idea, dai, almeno questo possiamo concederglielo. Non male neanche l’idea di una piattaforma, che, teoricamente, dovrebbe risultare più intuitiva, piacevole, completa e interattiva. #VeryBello di fatto, però, è una bella ciofeca, o almeno così è stato bollato dal web nel giro di pochissime ore dal lancio. E il premio di “Mirtilla Malcontenta” dell’anno (ma anche di sempre, dai) va, manco a dirlo, a Twitter.

Caratteri su caratteri, hashtag su hashtag, battute taglienti su battute taglienti, Franceschini e i suoi soci non devono aver passato un weekend propriamente sereno. Dalle 11:00 di sabato 24 è scoppiato l’inferno: oltre 30.000 tweet con più di 78 milioni di visualizzazioni, quasi 62 tweet al minuto nel momento di picco di domenica, a mezzogiorno. Critiche a palate, per svariate ragioni, e Franceschini non ha taciuto, anzi, si è piuttosto indispettito. «Ma come, non gli va mai bene nulla, a questi?», deve aver pensato. E devo dire che l’ho pensato anche io, per un attimo. Insomma, possibile che non si riescano mai a spendere due parole di lode per qualcosa, sui social network? Solo disprezzo deve esserci, daje?

Sì. Sì, perché #VeryBello le critiche se le merita tutte. #VeryBello è come quel tuo compagno delle superiori al quale la prof aveva detto: «Dai, se mi fai una bella presentazione di questo argomento non ti rimando», e lui aveva avuto il coraggio di presentarsi con un’unica slide di Power Point a sfondo monocromo giallo. #VeryBello è partito già su un terreno rischioso, quello dell’Expo, che fa alzare gli occhi al cielo a molti. Da lì, dal rischio, poteva emergere, fare un bel dito medio a tutti gli scettici e presentarsi come un progetto invidiabile, invece si è tuffato di testa nello schifo, quasi di proposito. Certo, è in beta, ma questa non può essere una giustificazione. Andiamo per punti:

#VeryBello! E poi? Partiamo dal fatto che è un aggregatore. E poi fermiamoci subito, perché non è nient’altro. Una sfilza di eventi messi lì e basta.

E tu chi sei? Non ci sono dei contatti. Non appare neanche il nome dell’agenzia che lo ha progettato (male): Lolaetlabora. Già, non conviene mettere il proprio  marchio su un lavoro del genere.

VerySocial? No, affatto. Condividere un evento è impossibile. Su Twitter pare non funzionare, su Facebook il link condiviso è perfettamente inutile, perché non fa altro che ricondurre alla Home. E un forum? Dei sondaggi? Dei moduli per proporre eventi? Ma va là.

Welcome! Non proprio. Il sito per adesso è solo in italiano. Proprio conciliante per un visitatore non nostrano! Poi, non sono mostrate delle mappe. La cosa più utile da fare, in questi casi, è usare una bella mappa interattiva, per geolocalizzare gli eventi e farli risaltare agli occhi degli utenti. Qui no, ovviamente, ci si affida a Google Maps e si sbagliano pure i nomi delle località (Barzio è diventata Barzo).

Che spreco. Ogni evento è indicato solo con un titolo, la data e il luogo. E se volessi saperne di più? Detto fatto, basta cliccare e appare una striminzita descrizione di due righe. E poi? E poi c’è il pulsante “+”, che ci infonde la speranza di poter ottenere altre notizie, ma che, invece, apre le stesse identiche informazioni, solo con le fotografie e le scritte più grandi. Wow!

Un gombloddo? Non esageriamo, ma alcuni dubbi rimangono. Questi eventi secondo quali criteri sono stati selezionati? Chi li ha scelti? Perché? Quanto è costato il tutto? C’è stato un bando?

E Franceschini, ingenuamente, ha sbandierato anche il suo (piccolo) successo, decantando i 500.000 accessi in 6 ore. In quanto a numeri, non ci siamo. 500.000 accessi, seppure in 6 ore, per un sito del genere rimangono una cifra modesta e la maggior parte appartengono ad utenti che ci hanno fatto un salto solo per poi criticare o per annoiata curiosità. Perché, di fatto, ora come ora il sito è del tutto inutile e inutilizzabile, assomiglia di più ad un progettino scolastico che all’opera di un’agenzia specializzata, pagata più di 35 mila euro (si dice).

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“[…] Tutto è partito dal celebre TripAdvisor. A colpi di recensioni negative, al limite del grottesco, i cittadini italiani hanno deciso di dire la loro sulle più famose meraviglie del nostro patrimonio culturale e artistico. E così si rimprovera alla Torre di Pisa di essere brutta e storta, al Colosseo si piangono le persone che sono morte per edificarlo, la Cappella Sistina è solo una “stanzona” e il Ponte dei Sospiri viene bocciato perché troppo sopravvalutato e banale […]”.

Il mio articolo su www.cultora.ithttp://www.cultora.it/commenti-su-tripadvisor-degli-italiani-la-cappella-sistina-solo-una-stanzona/.

Si dice che l’essere umano sfrutti solo il 10% del suo cervello. Questa è una credenza metropolitana, che però ancora ci piace raccontarci. È uscito anche di recente un film al riguardo, Lucy, con Scarlett Johansson. La bugia del 10% è assimilabile all’idea di un Dio o all’illusione di una schiera di infiniti mostri e spiriti con i quali confrontarci. È che ci piace sentirci un po’ meno soli e banali di quanto in realtà lo siamo veramente. Chi crede alla questione dello sfruttamento del 10% del cervello solitamente è anche un amante dell’immortale frase: «E’ intelligente, ma non si applica», perché di fatto, quindi, tutto il genere umano potrebbe essere visto come uno scolaretto svogliato, ma dalle grandi potenzialità. Per la gioia (dei portafogli) di Scientology & Company.

In verità la nostra mente è semplice, lavora per grandi categorie e scompartimenti stagni. È poco avvezza alle sfumature e ai dettagli. Quando vediamo un fiore, lo chiamiamo fiore, non ciclamino, digitale gialla, orchidea minore, primula o campanula selvatica. A volte un po’ per pigrizia, a volte per ignoranza in materia. Mia madre, ad esempio, riuscirebbe ad apprezzarne la differenza. E ancora, questo discorso vale anche per la musica. Ne percepiamo la bellezza, cogliamo certe differenze, ma fatichiamo a spingerci oltre. Le note, gli accordi, le melodie nelle nostre orecchie formano un bel pastone.

Bellissimo, sì, ma vago, generico. Siamo abituati a guardare le cose nella loro unità generica, senza azzardarci a perderci nelle diversità. Il nostro occhio, e di conseguenza la nostra mente, è in grado di percepire i colori, le varie sfumature e gradazioni di essi, ma fatichiamo a goderne davvero tutte le differenze, sostanzialmente per la nostra tendenza a macinare gli stimoli in scompartimenti belli divisi e netti: esiste il blu ed esiste il rosso, punto. In verità ogni colore ha più di una trentina di gradazioni e anche le gradazioni hanno a loro volta delle gradazioni. Differenze anche minime, ma che rendono il mondo attorno a noi la meravigliosa tavolozza colorata che è. Siamo degli analfabeti cromatici e questa ignoranza (come ogni ignoranza) può diventare pericolosa; anzi, già lo è.

Bianco e nero. Due colori all’apparenza semplici e senza possibilità di sfumature. Due colori che hanno assimilato nel loro essere così contrastanti e opposti una miriade di significati e di valori. Sempre perché noi esseri umani viaggiamo a scompartimenti stagni, il bianco e il nero sono diventati i due colori distintivi delle nostre pelli e delle diverse etnie. Abbiamo incastrato sotto l’etichetta pelle bianca (che poi tutto è fuorché bianca davvero) una moltitudine infinita di colori tutti differenti fra loro, che solo a pensarci verrebbe un capogiro a chiunque. Fatto questo, abbiamo sommariamente inventato la pelle nera, buttandoci dentro un’altra marea di colori. Più o meno come potrei fare io con una primula e un’ortensia messe vicino: per me sarebbero dei semplici e generici oggetti rispondenti al nome di fiori. Almeno io nella mia ignoranza li considero tutti uguali. Noi con il colore della pelle siamo anche stati in grado di farne un problema di superiorità. Paradossalmente, la pelle bianca tanto decantata non esiste neanche.

Fatevelo dire dalla Pantone Inc., che si occupa di un sistema di classificazione dei colori, in base al quale ogni colore (e sono tanti) rientra in un catalogo con tanto di codice di riconoscimento. Dal Denim Chiaro (#5E86C1) al Giallo Napoli (#F7E89F). E se pensate di essere rosa o neri, gialli o rossi, vi sbagliate di grosso. Humanae (www.humanae.tumblr.com) è un progetto della fotografa brasiliana Angélica Dass, che vuole creare uno spettro cromatico di tutte le differenti tonalità e gradazioni della pelle umana, in collaborazione proprio con la Pantone. Angélica ha fotografato centinaia di volti quotidiani, semplici e stupendi, dai quali è stato estratto un pixel per avere l’effettivo colore della pelle. E questi colori sono poi stati catalogati in un codice Pantone e usati come sfondo di ciascuna fotografia. Solo così, con decine e decine di volti l’uno accanto all’altro, è possibile apprezzare la travolgente diversità cromatica che ci rende tutti unici e uguali allo stesso tempo. 50-7 C, 77-6 C, 62-8 C, 57-6 C; sono cinque diversi codici di quello che noi solitamente inquadriamo in un rosa, ma che in realtà si declina in molte sfumature, alcune addirittura più tendenti ad altri colori. Volendo rientrare in questa classificazione, ogni essere umano ha un colore tutto suo, unico. E quel colore non dipende da nessun fattore, da nessuno stato economico o sociale, né tantomeno da scelte estetiche o morali: è il colore della natura, schietto e vero come i campioni di colore sopra i barattoli di vernice. Dei codici neutrali, tutti differenti, che non significano altro se non se stessi, al di là di ogni barriera e giudizio. Il progetto non ha limiti, date di scadenza o selezioni dei soggetti fotografati. Tutti possono partecipare e il limite verrà raggiunto quando ogni persona del mondo sarà stata catalogata. Miliardi di sfumature diverse, dal colore della sabbia a quello della notte, e ancora noi siamo in grado di inquadrare le persone in base alla loro pelle

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E questo 2015 è iniziato con una nuova nota triste, proprio con la diffusione del video di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo. Il corso della storia è simile, in qualche modo, a quello della natura: non tiene conto delle convenzioni umane e delle nostre tradizioni. È come un fiume che scorre imperterrito. Noi possiamo anche fermarci un attimo a brindare, a scambiarci gli auguri per un nuovo anno migliore di quello che se ne va, ma la storia non si ferma mai. Vanessa e Greta in quel video sono magre, pallide, struccate, spaventate, con i capelli coperti. Sembrano quasi due bambine, molto diverse dalle due giovani donne belle e serene che ci mostrano le loro fotografie prima del rapimento. La loro storia, che è entrata di prepotenza nelle attenzioni mediatiche il 31 luglio 2014, ormai è sulla bocca di tutti. Già se ne era parlato ampiamente la scorsa estate, con toni più che accesi e aggressivi. Ora, con la diffusione del video (vero o falso che sia. Già si dubitò del video dell’uccisione di Foley), c’è stato un ritorno di fiamma. Al riguardo sono uscite decine e decine di articoli sulle principali testate giornalistiche e sui relativi siti. C’è chi ha speso ancora parole sulla vita privata delle due ragazze e chi ha colto l’occasione per fare un riassunto della situazione siriana. Insomma, è stato un banchetto giornalistico che ha un po’ cavalcato la cresta dell’onda.

Si può fare una sintesi di quanto successo? Forse è rischioso, dal momento che le sfumature sono molte e altrettanti sono i dettagli da tenere in considerazione, ma proviamoci comunque. Vanessa Marzullo, mediatrice linguistica, 21 anni. Originaria di Bergamo, la sua passione per il mondo arabo l’ha spinta ad approfondire la lingua. È una volontaria dell’Organizzazione Internazionale di Soccorso e si dedica alla Siria dal 2012, tramite la diffusione di notizie in blog e social networks. Greta Ramelli, infermiera, è instancabile: ha 20 anni, è originaria di Gavirate, nel Varesotto. Nel maggio 2011 trascorre 4 mesi in Zambia, lavorando come volontaria. Nel dicembre 2012 trascorre tre settimane a Calcutta, in India, dove fa la volontaria presso Kalighat, e visita progetti di assistenza alla popolazione indiana negli slums. Poi l’impegno per la Siria e l’amicizia con Vanessa. Entrambe erano già state in Siria altre due volte, sempre a portare medicinali, ad offrire aiuto umanitario. L’ultima volta a marzo, in perlustrazione insieme al loro socio Roberto Andervill, con cui hanno fondato il progetto Horryaty, che in arabo significa libertà. Sono partite di nuovo alla volta della Siria il 22 luglio, verso Aleppo. Il 31 luglio avrebbero dovuto avere un collegamento Skype con Silvia Moroni, presidente della Onlus Rose di Damasco, ma le due non erano in linea. Da lì in avanti, il nulla. Tanta incertezza e perplessità. Oltre che molta indignazione. E non per compassione nei loro confronti.

Con la questione di Greta e Vanessa, sono ritornate a galla altre preoccupazioni. E una di queste si chiama Giovanni Lo Porto. Ha 38 anni e dal 19 gennaio del 2012 nessuno ha più avuto sue notizie. Era a Multan, nell’area tribale della regione a cavallo tra Pakistan e Afghanistan. Lavorava per una ong, la tedesca Welt Hunger Hilfe. E non era la prima volta. Neanche la seconda o la terza. Una vita intera passata sugli scenari di grande instabilità politica. Di certo non aveva addosso l’impazienza e l’inesperienza di un cooperante di vent’anni.

Ho un’opinione riguardo alla faccenda delle due cooperanti italiane? Sì, ma non è di questo che vorrei parlare. In breve, nutro una grande ammirazione nei confronti dell’impegno e dell’energia di Greta e Vanessa. Sono delle mosche bianche in mezzo ad una schiera di italiani (non solo giovani) che cercano di giudicare il mondo dalle loro poltrone e che non saprebbero neanche collocare la Siria in una cartina geografica. Detto ciò, il mio rispetto non mi impedisce di avere anche delle riserve e delle critiche. Effettivamente la loro situazione è delicata (anche se non molto differente da quelle degli altri cooperanti italiani e non sequestrati) e ha sollevato un polverone infinito, prima questa estate, quando il fatto era ancora fresco, e poi qualche giorno fa, riaprendo le polemiche. Ma perché? In che termini? Con quali motivazioni? Ma soprattutto, perché le sassate del popolo sono arrivate solo a loro? E non anche a Giovanni Lo Porto? Con questo non voglio dire che se le meriterebbe anche lui, assolutamente, ma vorrei solo sottoporvi un confronto tra le reazioni scatenate dalla vicenda di Lo Porto e quelle provocate dal rapimento delle due ragazze.*

Per quanto riguarda Giovanni Lo Porto, tutto ha inizio, come già detto, il 19 gennaio 2012. Tra poco saranno passati tre anni dalla sua scomparsa. Cercando le notizie originali di quel giorno, appare per primo il sito de Il Fatto Quotidiano, che dà la possibilità ai suoi lettori online di commentare le notizie (scelta che non tutti fanno). Alla notizia del rapimento di Lo Porto in Pakistan non segue nessun commento. Anche sul sito di Repubblica, nulla. Il Giornale, famoso per i suoi accenti cinici e sarcastici su determinati argomenti (se ne parlerà meglio dopo), riporta la notizia con grande timore per le condizioni del cooperante e anche qui non si hanno commenti da parte dei lettori. Anche quando in seguito si riprende l’argomento, o per dare degli aggiornamenti o per richiamare l’attenzione, l’opinione pubblica non si sbilancia mai. Spopolano su Change.org e su altre piattaforme le petizioni per riportare Giovanni a casa. Tra il 2012 e il 2013 accadono diverse cose: la faccenda dei due Marò, l’intensificarsi della crisi, un crescente disprezzo da parte dei cittadini nei confronti della politica italiana e un incrementarsi della paura del Medio Oriente e degli estremismi islamici. Se già era una consuetudine prima, adesso la prospettiva di portare il pane a casa e di pensare solo ai fatti propri è diventata quasi un imperativo per sopravvivere.

19 gennaio 2014: per l’anniversario dei due anni dal rapimento di Lo Porto, Il Giornale fa uscire un articolo intitolato E di Giovanni Lo Porto nessuno si ricorda più, con toni toccanti e indignati (lo stesso giornale che più avanti tirerà una buona quantità di fango addosso a Vanessa e Greta). E già qui arrivano i commenti, anche se relativamente pochi e contenuti.

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 (Strana come cosa. L’articolo parla proprio di un cooperante andato in terra straniera. In alto a destra si può vedere il link di un altro articolo, scritto da Nino Spirlì, riguardante invece le due cooperanti. Dal titolo, non è difficile intuire quale possa essere il succo di quel pezzo)

Anche l’Huffington Post, ovviamente, parla del caso di Lo Porto. 24 giugno 2013, esce scritto da Daniele Mastrogiacomo un articolo per non dimenticare il rapimento di Giovanni. Nessun commento. 20 marzo 2013, Salvatore Barbera parla dell’hashtag #vogliamogiovannilibero. Nessun commento. Poi arriva un breve pezzo sempre sull’Huffington Post, il primo giorno del 2015, intitolato Quattro italiani sequestrati nel mondo. Nulla di speciale, solo un piccolo post-it di riassunto sul numero degli italiani ancora dispersi per il mondo (si parla anche di padre Paolo dall’Oglio), per fare notizia sull’onda del video delle due ragazze. Infatti si parla ancora di Lo Porto, certo, ma chiaramente vengono citate anche Greta e Vanessa. E per il solo fatto che si tiri in ballo anche la situazione delle due cooperanti, i commenti saltano fuori eccome.

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 (Altri commenti relativi ad un articolo uscito sull’Huffington Post il 6 agosto 2014. Sappiate che cercando un minimo ne potete trovare molti altri. Come se ne possono trovare anche di più moderati o favorevoli. Il mio intento non è quello di far vedere che l’opinione pubblica ha saputo solo scagliarsi contro Vanessa e Greta)

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 (Il Fatto Quotidiano – 6 agosto 2014. Per Lo Porto, giustamente, sono state aperte delle petizioni per farlo tornare a casa. Per Vanessa e Greta si è sentita la necessità di aprirne per cercare di tamponare la marea di insulti)

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(Il Corriere della Sera – 7 agosto 2014. A proposito di insulti, il Corriere della Sera ha dedicato un pezzo al terzo cooperante, Roberto Andervill, che ha chiesto di cessare le offese. Tra i commenti, la musica rimane sempre la stessa. Come si può notare, siamo solo al 7 agosto, è passata appena una settimana dall’avvenimento e l’opinione pubblica già ha provveduto al linciaggio)

7 agosto 2014, Il Giornale fa uscire il primo dei suoi tanti articoli interamente dedicati alla diffamazione di Greta e Vanessa, con il titolo Due italiane rapite in Siria. Altre incoscienti da salvare. Di questi ultimi giorni sono i pezzi Vanessa e Greta, samaritane innamorate del kalashnikov di Fausto Biloslavo e Cooperanti rapite. Ma stiamocene a casa!, pubblicato da Nino Spirlì per Il Giornale sul suo blog. Insomma, una bella caduta di qualità (e di umanità) rispetto alle parole spese per la situazione di Lo Porto. Come ho già detto, la storia delle due cooperanti ha spaccato l’opinione pubblica a metà, tra comprensione e cinica malevolenza, cosa che invece non era accaduta per gli altri italiani sequestrati nel mondo. O meglio, le critiche in alcuni casi provenivano solo da piccole nicchie, anche perché si è sempre trattato di quel genere di notizie che entrano da un orecchio, ronzano nella mente per un attimo, e poi escono quasi subito. Sì, certo, magari a richiamarli alla memoria ci si ricorda dei nomi di tutti gli italiani rapiti all’estero, a spanne. Forse ci si ricorda di qualche volto, di qualche storia, ma già è più difficile tenere in mente le zone dove furono rapiti, le motivazioni, i risvolti. Eppure, ora tutti sembrano sapere, quasi morbosamente, ogni dettaglio della vita e degli impegni sociali delle due ragazze. Si indaga nell’oscuro del loro passato (per quanto possa essere oscuro il passato di due ventenni), delle loro amicizie, per trovare lo scandalo che dia ragione ai pettegolezzi che le dipingono come due estremiste pericolose. E, cosa ancora più grave, questo gioco esasperante è in mano ai giornali, non al “popolo”. L’opinione pubblica fa da coda alle piazzate dei media.

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 Ma perché? La mia idea può anche essere banale, ma credo che non ci sia bisogno di una formula matematica per dare una spiegazione ragionevole. Da una parte c’è stato un radicale aumento di benaltristi dell’ultima ora. Cioè di quelli che, di fronte a determinate questioni politiche e sociali, si esprimono con la fatidica frase: «Ma i problemi sono ben altri!», senza poi argomentare la loro affermazione, semplicemente ipotizzando una lista di vaghe priorità che a loro avviso andrebbero anteposte. Da una parte, come ho già detto, c’è stata di mezzo la faccenda dei Marò, che ha tragicamente portato nei dibattiti più o meno pubblici (soprattutto sulla rete) lo slogan E vogliamo parlare dei Marò?, utilizzato per sminuire qualsiasi altro problema e per dare precedenza assoluta a questi due personaggi. Ma io credo che ci sia dell’altro, in fondo. Sono dell’idea che un accanimento aggressivo e duro come quello che sta colpendo Greta e Vanessa non possa che nascere dalle viscere, da un sentimento “di pancia”, irrazionale. Forse è solo un caso il fatto che la maggior parte degli articoli velenosi o dei commenti offensivi provenga da degli uomini. Forse no. Sarà solo una mia suggestione, ma mi lasciano sempre una certa preoccupazione tutti quei se la sono cercata, se lo meritano, che rimangano là, cazzi loro, perché mi fanno venire in mente le accuse che solitamente (sempre da parte degli uomini) si scagliano contro le ragazze che vengono stuprate. C’è un’aggressività nel definirle delle idiote, delle pazze, delle comunistelle, delle sfigatelle, delle cretine che è allarmante e che non può venire da nessuna motivazione ragionevole. Non conta più il fatto che queste due ragazze, al di là di tutto, siano delle persone piene di energia e interessi, dotate di grande intelligenza e spirito d’iniziativa, informate, attive, pronte anche a partire e a mettersi in gioco, a differenza non solo della maggior parte dei giovanissimi, ma anche della maggioranza degli adulti che le criticano. Salta all’occhio solo il fatto che sono delle ventenni, di sesso femminile, per giunta.

 I giovani in Italia fanno una brutta fine. Da una parte si continua ad accusarli di essere dei pigroni, dall’altra li si bastona quando nella loro giovane età cercano di alzare la testa e di “fare i grandi”. C’è un finto paternalismo davvero stomachevole nei commenti alla vicenda di Greta e Vanessa: loro sono le ragazzotte (o le bimbe) che si sono andate ad impantanare nelle solite cretinate giovanili. Insomma, Avete voluto la bicicletta? Pedalate! (frase al limite della noia, ormai). Ad aggravare quest’odio, secondo me, il fatto che sono due ragazze. C’è un atavico disprezzo nell’uomo per le donne più coraggiose e forti di lui.

 E in questo caso, alla faccia di chi pensa il contrario, Greta e Vanessa, nella loro valorosa ingenuità, si sono dimostrate più forti di tutti i “leoni da tastiera” che spendono il loro tempo a criticarle e infamarle da dietro uno schermo, comodi nel caldo delle loro poltrone.

 * Il numero dei siti di informazione e di testate giornalistiche che ho consultato è limitato, ma si riferisce ai primi risultati di ricerca ottenuti cercando per argomento e per date.