Humanae

Si dice che l’essere umano sfrutti solo il 10% del suo cervello. Questa è una credenza metropolitana, che però ancora ci piace raccontarci. È uscito anche di recente un film al riguardo, Lucy, con Scarlett Johansson. La bugia del 10% è assimilabile all’idea di un Dio o all’illusione di una schiera di infiniti mostri e spiriti con i quali confrontarci. È che ci piace sentirci un po’ meno soli e banali di quanto in realtà lo siamo veramente. Chi crede alla questione dello sfruttamento del 10% del cervello solitamente è anche un amante dell’immortale frase: «E’ intelligente, ma non si applica», perché di fatto, quindi, tutto il genere umano potrebbe essere visto come uno scolaretto svogliato, ma dalle grandi potenzialità. Per la gioia (dei portafogli) di Scientology & Company.

In verità la nostra mente è semplice, lavora per grandi categorie e scompartimenti stagni. È poco avvezza alle sfumature e ai dettagli. Quando vediamo un fiore, lo chiamiamo fiore, non ciclamino, digitale gialla, orchidea minore, primula o campanula selvatica. A volte un po’ per pigrizia, a volte per ignoranza in materia. Mia madre, ad esempio, riuscirebbe ad apprezzarne la differenza. E ancora, questo discorso vale anche per la musica. Ne percepiamo la bellezza, cogliamo certe differenze, ma fatichiamo a spingerci oltre. Le note, gli accordi, le melodie nelle nostre orecchie formano un bel pastone.

Bellissimo, sì, ma vago, generico. Siamo abituati a guardare le cose nella loro unità generica, senza azzardarci a perderci nelle diversità. Il nostro occhio, e di conseguenza la nostra mente, è in grado di percepire i colori, le varie sfumature e gradazioni di essi, ma fatichiamo a goderne davvero tutte le differenze, sostanzialmente per la nostra tendenza a macinare gli stimoli in scompartimenti belli divisi e netti: esiste il blu ed esiste il rosso, punto. In verità ogni colore ha più di una trentina di gradazioni e anche le gradazioni hanno a loro volta delle gradazioni. Differenze anche minime, ma che rendono il mondo attorno a noi la meravigliosa tavolozza colorata che è. Siamo degli analfabeti cromatici e questa ignoranza (come ogni ignoranza) può diventare pericolosa; anzi, già lo è.

Bianco e nero. Due colori all’apparenza semplici e senza possibilità di sfumature. Due colori che hanno assimilato nel loro essere così contrastanti e opposti una miriade di significati e di valori. Sempre perché noi esseri umani viaggiamo a scompartimenti stagni, il bianco e il nero sono diventati i due colori distintivi delle nostre pelli e delle diverse etnie. Abbiamo incastrato sotto l’etichetta pelle bianca (che poi tutto è fuorché bianca davvero) una moltitudine infinita di colori tutti differenti fra loro, che solo a pensarci verrebbe un capogiro a chiunque. Fatto questo, abbiamo sommariamente inventato la pelle nera, buttandoci dentro un’altra marea di colori. Più o meno come potrei fare io con una primula e un’ortensia messe vicino: per me sarebbero dei semplici e generici oggetti rispondenti al nome di fiori. Almeno io nella mia ignoranza li considero tutti uguali. Noi con il colore della pelle siamo anche stati in grado di farne un problema di superiorità. Paradossalmente, la pelle bianca tanto decantata non esiste neanche.

Fatevelo dire dalla Pantone Inc., che si occupa di un sistema di classificazione dei colori, in base al quale ogni colore (e sono tanti) rientra in un catalogo con tanto di codice di riconoscimento. Dal Denim Chiaro (#5E86C1) al Giallo Napoli (#F7E89F). E se pensate di essere rosa o neri, gialli o rossi, vi sbagliate di grosso. Humanae (www.humanae.tumblr.com) è un progetto della fotografa brasiliana Angélica Dass, che vuole creare uno spettro cromatico di tutte le differenti tonalità e gradazioni della pelle umana, in collaborazione proprio con la Pantone. Angélica ha fotografato centinaia di volti quotidiani, semplici e stupendi, dai quali è stato estratto un pixel per avere l’effettivo colore della pelle. E questi colori sono poi stati catalogati in un codice Pantone e usati come sfondo di ciascuna fotografia. Solo così, con decine e decine di volti l’uno accanto all’altro, è possibile apprezzare la travolgente diversità cromatica che ci rende tutti unici e uguali allo stesso tempo. 50-7 C, 77-6 C, 62-8 C, 57-6 C; sono cinque diversi codici di quello che noi solitamente inquadriamo in un rosa, ma che in realtà si declina in molte sfumature, alcune addirittura più tendenti ad altri colori. Volendo rientrare in questa classificazione, ogni essere umano ha un colore tutto suo, unico. E quel colore non dipende da nessun fattore, da nessuno stato economico o sociale, né tantomeno da scelte estetiche o morali: è il colore della natura, schietto e vero come i campioni di colore sopra i barattoli di vernice. Dei codici neutrali, tutti differenti, che non significano altro se non se stessi, al di là di ogni barriera e giudizio. Il progetto non ha limiti, date di scadenza o selezioni dei soggetti fotografati. Tutti possono partecipare e il limite verrà raggiunto quando ogni persona del mondo sarà stata catalogata. Miliardi di sfumature diverse, dal colore della sabbia a quello della notte, e ancora noi siamo in grado di inquadrare le persone in base alla loro pelle

humanae-pantone

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