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Archivio mensile:marzo 2015

Ve lo ricordate #verybello, il giocattolino fatto uscire dal MiBACT a gennaio per rendere l’EXPO e le bellezze italiane un po’ più social? Bene. Aveva fatto scandalo, appunto perché organizzato e gestito male. Tra le scusanti per quelle oscenità c’era anche il fatto che fosse solo in Beta Version, con la prospettiva di essere migliorato in tempi brevi.

E ora, dopo tre mesi, che siamo ad aprile e l’EXPO è alle porte, #verybello come se la sta passando? Quatto quatto, in silenzio, magari qualche miglioria l’ha pure avuta e noi non ne siamo al corrente. Per scoprirlo, facciamo prima un breve riassunto dei suoi punti deboli iniziali. In primo luogo, il sito era impostato unicamente sulla lingua italiana: #veryinutile se si vuole rendere internazionale ciò che il nostro Paese ha da offrire. Poi, non erano forniti dei contatti, né era presente il nome dell’azienda (Lolaetlabora) che aveva collaborato alla creazione di #verybello (mica scemi a non lasciare il proprio nome su un prodotto del genere). La gestione dei contenuti risultava assai disorganizzata, fastidiosa e poco utile ai fini dello scopo che il sito stesso si è prefisso. I pulsanti per la condivisione sui social non funzionavano. Numerosi, inoltre, gli errori di battitura presenti. Per saperne di più, basta dare un’occhiata al mio articolo “Sul perché verybello fa davvero incazzare”.

E ora? Iniziamo con il cercarlo su Google e quello che ci appare è una meravigliosa “X” al posto dell’effettivo nome del sito. I grandi misteri. Una volta aperto, ad un primo sguardo possiamo vedere ancora in alto a sinistra l’etichetta della Beta Version: è lì, che speranzosa ci chiede di pazientare nell’attesa che il sito da quel bruttissimo anatroccolo deforme che è si trasformi in un meraviglioso cigno. E noi pazienteremo pure, ma l’EXPO è quasi qui e le “bellezze italiane” sono già pronte. Più di tanto, poi, in una piattaforma impostata in questo modo, non è chiaro quali possano essere gli sconvolgenti miglioramenti che giustifichino un salto da una beta ad una versione definitiva.

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Grazie al cielo, i contenuti sono stati tradotti in lingua inglese. Per non risultare troppo critica a torto, mi rivolgo agli addetti ai lavori di questo settore: le traduzioni sono corrette e scorrevoli? Ad un primissimo impatto, giusto per dire, mi sembrano ricalcate dalla sintassi italiana. Ad ogni modo, andiamo avanti. Finalmente, “scrollando” verso il fondo, si arriva ad un fondo di pagina, prima inesistente. Cortesemente, ci vengono forniti dei contatti, anche per proporre l’aggiunta di un evento. Dando uno sguardo ai contenuti, ritroviamo invece gli stessi fastidi che caratterizzavano il sito alla sua apertura: l’organizzazione è formalmente corretta, ma in pratica del tutto inutile. Ecco, il mistero forse più grande riguardo a #verybello rimane probabilmente il “perché”, il senso del sito stesso. La possibilità di scegliere le categorie degli eventi è forse utile, in fondo. La possibilità di avere dei consigli e una scrematura in base al periodo invece no, proprio no: si ricordi che #verybello raccoglie eventi non strettamente legati all’EXPO e che quindi si possono anche svolgere in un periodo piuttosto ampio (mostre ed esibizioni, ad esempio), perfino dall’anno scorso all’estate o autunno del 2015. Quindi, anche richiedendo di vedere gli eventi specifici del weekend o della settimana, comunque ci ritroviamo davanti gli stessi eventi della homepage. Ottimo!

I pulsanti per la condivisione sui social sono stati sistemati, per fortuna. Ancora non è presente nessun altro metodo alternativo al professionalissimo (?) Google Maps per fornire le indicazioni relative ai luoghi degli eventi. Insomma, un grande aiuto per i visitatori stranieri. Non è possibile neanche accedere ad una minimappa generale che geolocalizzi gli eventi in modo semplice da consultare. Sulla gestione dei contenuti, poi, rimane il problema di un sostanziale spreco di spazio ed energie, perché sì, sono cliccabili, ma non forniscono mai ulteriori informazioni.

Insomma, l’idea era anche interessante: creare una piattaforma per aggregare gli eventi dell’EXPO e culturali che caratterizzano la bellezza italiana. Sì, ma il tutto è stato gestito in modo poco intelligente e funzionale. Perché non c’è interazione tra gli utenti e i creatori? Perché non è data la possibilità agli utenti di interagire attivamente, magari in una community o in un forum apposito? Perché questo sito sembra vuoto, confuso e altamente inutile? Perché non si dà uno straccio di informazione in più sulle motivazioni che hanno spinto alla sua creazione o sull’EXPO? Giusto per avere un’idea di come dovrebbe essere organizzato un sito del genere, fatevi un giro su www.ioleggoperche.it e www.opencultureatlas.tropicodellibro.it.

Giusto per concludere in bellezza, fatevi un giretto anche sui social di #verybello, andate a spulciare nelle sue pagine di Facebook e Twitter. Come, come? Sono del tutto vuote? Esatto!

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Quando ho letto l’articolo dell’autrice Aminatta Forna ho pensato fosse davvero illuminante. Per dare una sintesi, l’autrice riflette sul senso di dividere le letterature in varie branche, soprattutto tenendo conto delle origini etniche degli scrittori o dei contenuti (letteratura africana, post-coloniale, femminile, russa, etc.). Detto ciò, vale la pena di leggerlo per intero. Insomma, ha ancora senso parlare di letteratura africana (lei porta il suo stesso esempio) per un’autrice dalle origini scozzesi e sierraleonesi con delle influenze iraniane e thailandesi? Perché invece non si parla solo di “letteratura”? C’è ancora un sottofondo, non palesato ma piuttosto pressante, di minoranze e maggioranze, un’eco di sottomissione culturale che ci porta a vedere l’uomo bianco occidentale come l’unico detentore della “letteratura” in quanto tale. Per tutti gli altri, esistono le etichette e le sotto-classificazioni.

In Italia, librerie di catena come la Feltrinelli, ad esempio, non si pongono questo problema o almeno non lo esplicitano nelle loro scelte di classificazione. Lì si parte da categorie ben più ampie (narrativa, poesia, saggistica, filosofia) per poi procedere con ordine alfabetico, che è poi anche il metodo suggerito da Aminatta Forna. Stesso discorso per l’organizzazione delle librerie indipendenti, che al massimo spingono la divisione fino alle etichette “letteratura italiana” e “letteratura straniera”.

Eppure, c’è nell’aderire totalmente all’idea dell’autrice un qualcosa che mi lascia perplessa. Se si teme così tanto la dispersione della varietà culturale ed etnica nel magma del cosiddetto “villaggio globale”, non si rischia con questa pretesa di eguaglianza di mettere in secondo piano delle preziose peculiarità letterarie e sociali tipiche di determinati popoli? C’è anche un’ulteriore questione sollevata dall’autrice: assimilando questo modo di vedere la letteratura come “transnazionale”, perché si dovrebbe tacciare di appropriazione culturale (cultural appropriation) una scrittrice come Kamila Shamsie, metà inglese e metà pakistana, che scrive di un personaggio giapponese (lei è un esempio per molti altri casi)?

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È anche vero che oggi, con il crollo delle barriere sociali e geografiche, gli scrittori sono sottoposti a numerose influenze culturali che rendono difficile una classificazione esatta, ma c’è bisogno di fare delle precisazioni. Mi sento di tirare in causa la definizione data da Francesco De Sanctis di “letteratura”: sintesi organica dell’anima e del pensiero d’un popolo. Un modo preciso e profondo per dire che la letteratura in quanto tale è in grado di oltrepassare le discriminazioni e le distinzioni non azzerando le diversità, ma elevandole. La domanda non è, quindi, “perché ci sono le etichette letterarie?”, ma “perchè non dovrebbero esserci?”. Non si tratta di banalizzazione, ma di comprensione e di maggior rispetto verso il patrimonio culturale e artistico di un popolo. Sarà anche bello parlare di “letteratura pura”, ma è vero che se in Italia dal 1265 al 1321 abbiamo Dante Alighieri, in Giappone nello stesso intervallo abbiamo il periodo Kamakura ed è chiaro che qui è proprio la categoria unica di “letteratura” ad essere stretta.

Haruki Murakami ha anche curato la traduzione in giapponese di opere di Raymond Carver e di Salinger: insomma, di certo non è a digiuno di modi di scrivere e di pensare che provengono da culture da lui lontane. Eppure, nei suoi scritti è forte la componente culturale, sociale, antropologica e artistica giapponese: è un retaggio arricchente e qualificante che non ha tralasciato. Perché dovrebbe essere semplicistico legarlo alla letteratura giapponese? Aminatta Forna cita anche lo scrittore Chinua Achebe, secondo lei a torto definito il padre della letteratura africana, spiegando che lo scrittore non ha parlato di “Africa”, ma di “persone che vivevano in Africa”. Eppure, Chinua Achebe è famoso anche per aver sempre dichiarato con fierezza non solo di essere nigeriano, ma di appartenere proprio al gruppo etnico degli Ibo. Insomma, una specificazione non proprio “transazionale”, che per forza di cose si rispecchia in un modo di scrivere e di affrontare le storie. Che la letteratura africana sia riconosciuta ed etichettata come tale per me è un maggior punto di rispetto e valore, che la salva dalla generalizzazione e preserva i suoi caratteri più peculiari, unici e interessanti.

È certamente sbagliato ridurre tutta l’opera di uno scrittore ad un’etichetta generata in base alle sue origini. È banale e superficiale definire come “letteratura africana” libri dell’autrice Aminatta Forna che, pur essendo scritti in inglese e non riferendosi in modo esclusivo alla realtà del continente africano, vengono così catalogati per il colore della sua pelle. Eppure, parlando di tre dei suoi ultimi libri, trova inadatto che le si domandi di spiegare la difficoltà dell’immedesimarsi in personaggi così diversi culturalmente da lei (una ragazza sierraleonese, un vecchio uomo creolo e un contadino croato), perché è un problema che non dovrebbe esistere nella narrativa. A mio avviso invece, la “cultural appropriation” è un fenomeno da non sottovalutare, non tanto per questioni morali, ma per il rischio di trattare in modo mediocre e poco accurato le differenze culturali.

Il mio articolo su: http://www.cultora.it/ad-ogni-letteratura-la-sua-etichetta/.

“[…] A Washington c’è un club del libro molto particolare, che si chiama Free Minds. Lezioni a base di libri e di tecniche di scrittura, ma fino a qui nulla di nuovo. È già meno scontato sapere che il corso è rivolto ai detenuti del carcere di Washington DC, desiderosi di confrontarsi con la lettura e con un mondo che forse prima non li aveva mai toccati. L’idea, partita dai giornalisti Tara Libert e Kelli Taylor, compie ormai 13 anni ed è l’esempio di come un’autoterapia di questo genere possa essere un percorso valido di reinserimento nella società. La promozione della lettura nelle carceri è un modo non per cancellare il passato, ma per dargli voce attraverso la scrittura, anche nella prospettiva di riscrivere il proprio futuro grazie ai libri […]”.

Il mio articolo su http://www.cultora.it/quando-la-lettura-nelle-carceri-e-una-seconda-vita/.

 

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“[…] I ragazzi possono scegliere da soli le proprie letture? In un’epoca in cui la libertà individuale sembra essere uno degli imperativi fondanti del nostro modo di pensare, ancora ci sono delle voci fuori dal coro, che, per quanto discutibili possono essere, hanno almeno il pregio di aprire dei dibattiti interessanti. Sandra Stotsky, responsabile degli standard educativi per le scuole pubbliche del Massachusetts, si autodefinisce come una “nonna ebrea professionista”. Tuttavia, afferma che i ragazzi non debbano scegliere autonomamente i libri da leggere e che c’è il bisogno di inculcare certi testi difficili e formativi ai più piccoli. Insomma, per l’Hanukkah niente Hunger Games o Twilight per i nipotini di Sandra […]”.

Il mio articolo su http://www.cultora.it:http://www.cultora.it/ragazzi-possono-scegliere-da-soli-libri-da-leggere-contro-le-letture-obbligatorie-nelle-scuole/.

 

 

Una cosa è certa: il successo che ha avuto è stato a dir poco planetario. La trilogia è diventata un caso editoriale e il film ha fatto impazzire i botteghini.

Perché? Perché, alla faccia vostra, anche nella cerchia dei conoscenti che frequentate c’è qualcuno che ha apprezzato il prodotto (e dico “prodotto” non a caso), quindi non pensate che dietro al boom della pellicola e dei libri ci siano solo le casalinghe grassocce e insoddisfatte con i bigodini nei capelli e la vestaglia verde acqua. No, i fan di 50 Sfumature sono ovunque e magari voi non siete tra questi solo perché quei libri nemmeno li avete letti. Sì, perché il cancro di questa società sta anche nella cultura del “per sentito dire”, che spesso e volentieri colpisce pure gli integerrimi della controinformazione e del “è tutto un gombloddo, l’opinione comune è solo merda”. Se ancora non ve ne siete accorti, ormai è finito il tempo beato in cui si poteva giocare ai paladini della cultura e del buon gusto in mezzo alla sterminata folla di zombie ‘gnuranti e pecoroni.

Ora siamo noi l’opinione comune, non loro. Loro, che ascoltano Justin Bieber e leggono gli Harmony senza pudore, sono le creature leggendarie di cui ci prendiamo gioco la sera con gli amici. Di fatto frequentiamo persone che se ne lavano le mani e che dicono: «Ah, io no di certo. Io solo Tgcom24, Dostoevskij e haiku a tutte le ore, figurati se leggo quello schifo». Già, non lo leggono e poi lo giudicano.

Io ho letto tutti e tre i libri, così per dire. Dice il saggio “so solo se lo assaggio”. E li ho letti per arrivare alla conclusione che sono delle porcate immonde al limite del ginecologico, intendiamoci, ma non scritti peggio di tante altre uscite editoriali, anzi. E. L. James ce l’ha messa tutta e ce l’ha anche fatta, perché il suo “prodotto” potrà anche non piacere, ma in determinate parti è sorprendentemente scritto bene e anche accattivante.

Il film, allo stesso modo, è stato un successone e non certo grazie, come si è detto, alle sale piene di criticoni seduti lì solo per curiosità. Eh no, il cinema costa, nessuno ci va più se non per vedere un film che aspetta da mesi e mesi. E la gente che ci è andata non era analfabeta o con la terza elementare e probabilmente a sgranocchiarsi i popcorn davanti a Mr. Grey che sculaccia la bella Anastasia c’erano anche degli appassionati di poesia contemporanea russa o degli intenditori di suite di Bach. Senza esagerare, questo è per dire che chi pensa che i fan di 50 shades siano tutti dei sempliciotti dai dubbi gusti sbaglia alla grande. Perché? Siamo davanti ad un caso editoriale sicuramente eclatante perché tira in ballo il sesso, ma, come ho già detto, che non ha nulla di diverso o di peggiore rispetto alle decine di titoli commercialissimi usciti negli ultimi anni.

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In prima fila, la letteratura fantasy è stata stuprata da libri di dubbio valore, tutti uguali. Un buon 90% dei titoli fantasy o pseudo-fantasy che escono ogni anno è un accumulo di “roba” scritta a grandi linee, fotocopiando scenari e protagonisti già noti. Stesso discorso vale per i film di questo genere e le trasposizioni cinematografiche (signori, perché nessuno si indigna davanti ai film di Lo Hobbit? Io ho pianto più che per 50 Sfumature), che la buttano sugli effetti speciali e l’animazione da urlo. Ambientazioni distopiche, personaggi ribelli, colonne sonore epiche, colori cupi, costumi e scenografie un po’ steampunk, si va sul sicuro così, perché è un genere che piace, ti spegne il cervello e ti fa esplodere gli occhi e le orecchie. Anche questa è roba commerciale, eppure nessuno ne fa un caso nazionale lamentandosi della decadenza culturale della società. E i romanzetti drammatici, sdolcinati e psicologici a finale strappalacrime per ragazzi(ni)? Quella è grande letteratura, invece? Da lì sono forse venuti fuori dei capolavori di film? E ne stanno uscendo a raffica, perché anche quello è un genere che non va mai in crisi. Lì nessuno si preoccupa di dire “Ma questa roba è orrenda”?

50 shades non è che il caso più famoso (e forse se è il più famoso è perché è stato il più originale) di tutta una letteratura commerciale che si sta sovrapponendo ai capolavori vecchi e nuovi.

E sono convinta che il termine commerciale neanche abbia più senso. Ed è un male? Secondo me chi rimpiange i bei tempi di Emile Zola si è perso qualcosa di decisamente sostanziale: la letteratura odierna rispetta in gran parte dei canoni e dei gusti prettamente popolari e commerciali, perché ora, grazie al cielo, possono leggere tutti e non solo il figlio del dottore cresciuto a pane e Flaubert. E non è vero che i grandi classici non piacciono più, anzi, potenzialmente il pubblico pronto a capirli e amarli è anche più vasto di un tempo, solo che è controbilanciato da una grande fetta di lettori ai quali di Neruda non importa granché e ne hanno tutto il diritto.

Ed è sempre stato così: anche cent’anni fa c’era chi si dilettava di filosofia e chi aspettava di leggere a lume di candela di mostri e di donnine discinte.

Poi, chi dice che i buoni libri o i bei film non ci sono più, dovrebbe mollare gli hashtag e mettere più spesso piede fuori di casa, magari in direzione di una libreria. Criticare un libro (con quali grandi competenze, poi?) che non si ha neanche mai letto non rende più intelligenti, né più acculturati. Al massimo fa venire il sangue amaro e toglie energie alla voglia di trovare delle nuove letture.