Ad ogni letteratura la sua etichetta?

Quando ho letto l’articolo dell’autrice Aminatta Forna ho pensato fosse davvero illuminante. Per dare una sintesi, l’autrice riflette sul senso di dividere le letterature in varie branche, soprattutto tenendo conto delle origini etniche degli scrittori o dei contenuti (letteratura africana, post-coloniale, femminile, russa, etc.). Detto ciò, vale la pena di leggerlo per intero. Insomma, ha ancora senso parlare di letteratura africana (lei porta il suo stesso esempio) per un’autrice dalle origini scozzesi e sierraleonesi con delle influenze iraniane e thailandesi? Perché invece non si parla solo di “letteratura”? C’è ancora un sottofondo, non palesato ma piuttosto pressante, di minoranze e maggioranze, un’eco di sottomissione culturale che ci porta a vedere l’uomo bianco occidentale come l’unico detentore della “letteratura” in quanto tale. Per tutti gli altri, esistono le etichette e le sotto-classificazioni.

In Italia, librerie di catena come la Feltrinelli, ad esempio, non si pongono questo problema o almeno non lo esplicitano nelle loro scelte di classificazione. Lì si parte da categorie ben più ampie (narrativa, poesia, saggistica, filosofia) per poi procedere con ordine alfabetico, che è poi anche il metodo suggerito da Aminatta Forna. Stesso discorso per l’organizzazione delle librerie indipendenti, che al massimo spingono la divisione fino alle etichette “letteratura italiana” e “letteratura straniera”.

Eppure, c’è nell’aderire totalmente all’idea dell’autrice un qualcosa che mi lascia perplessa. Se si teme così tanto la dispersione della varietà culturale ed etnica nel magma del cosiddetto “villaggio globale”, non si rischia con questa pretesa di eguaglianza di mettere in secondo piano delle preziose peculiarità letterarie e sociali tipiche di determinati popoli? C’è anche un’ulteriore questione sollevata dall’autrice: assimilando questo modo di vedere la letteratura come “transnazionale”, perché si dovrebbe tacciare di appropriazione culturale (cultural appropriation) una scrittrice come Kamila Shamsie, metà inglese e metà pakistana, che scrive di un personaggio giapponese (lei è un esempio per molti altri casi)?

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È anche vero che oggi, con il crollo delle barriere sociali e geografiche, gli scrittori sono sottoposti a numerose influenze culturali che rendono difficile una classificazione esatta, ma c’è bisogno di fare delle precisazioni. Mi sento di tirare in causa la definizione data da Francesco De Sanctis di “letteratura”: sintesi organica dell’anima e del pensiero d’un popolo. Un modo preciso e profondo per dire che la letteratura in quanto tale è in grado di oltrepassare le discriminazioni e le distinzioni non azzerando le diversità, ma elevandole. La domanda non è, quindi, “perché ci sono le etichette letterarie?”, ma “perchè non dovrebbero esserci?”. Non si tratta di banalizzazione, ma di comprensione e di maggior rispetto verso il patrimonio culturale e artistico di un popolo. Sarà anche bello parlare di “letteratura pura”, ma è vero che se in Italia dal 1265 al 1321 abbiamo Dante Alighieri, in Giappone nello stesso intervallo abbiamo il periodo Kamakura ed è chiaro che qui è proprio la categoria unica di “letteratura” ad essere stretta.

Haruki Murakami ha anche curato la traduzione in giapponese di opere di Raymond Carver e di Salinger: insomma, di certo non è a digiuno di modi di scrivere e di pensare che provengono da culture da lui lontane. Eppure, nei suoi scritti è forte la componente culturale, sociale, antropologica e artistica giapponese: è un retaggio arricchente e qualificante che non ha tralasciato. Perché dovrebbe essere semplicistico legarlo alla letteratura giapponese? Aminatta Forna cita anche lo scrittore Chinua Achebe, secondo lei a torto definito il padre della letteratura africana, spiegando che lo scrittore non ha parlato di “Africa”, ma di “persone che vivevano in Africa”. Eppure, Chinua Achebe è famoso anche per aver sempre dichiarato con fierezza non solo di essere nigeriano, ma di appartenere proprio al gruppo etnico degli Ibo. Insomma, una specificazione non proprio “transazionale”, che per forza di cose si rispecchia in un modo di scrivere e di affrontare le storie. Che la letteratura africana sia riconosciuta ed etichettata come tale per me è un maggior punto di rispetto e valore, che la salva dalla generalizzazione e preserva i suoi caratteri più peculiari, unici e interessanti.

È certamente sbagliato ridurre tutta l’opera di uno scrittore ad un’etichetta generata in base alle sue origini. È banale e superficiale definire come “letteratura africana” libri dell’autrice Aminatta Forna che, pur essendo scritti in inglese e non riferendosi in modo esclusivo alla realtà del continente africano, vengono così catalogati per il colore della sua pelle. Eppure, parlando di tre dei suoi ultimi libri, trova inadatto che le si domandi di spiegare la difficoltà dell’immedesimarsi in personaggi così diversi culturalmente da lei (una ragazza sierraleonese, un vecchio uomo creolo e un contadino croato), perché è un problema che non dovrebbe esistere nella narrativa. A mio avviso invece, la “cultural appropriation” è un fenomeno da non sottovalutare, non tanto per questioni morali, ma per il rischio di trattare in modo mediocre e poco accurato le differenze culturali.

Il mio articolo su: http://www.cultora.it/ad-ogni-letteratura-la-sua-etichetta/.

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5 commenti
  1. Io ho sempre odiato le etichette, perché di solito sono usate per limitare: se uno romanzo viene classificato secondo una determinata categoria, allora non può far parte di nessun’altra. Ma questo succede per lo più con le etichette di genere. Per quanto riguarda le etichette che rimandano all’etnia dello scrittore, credo invece che possano essere utili, perché non esiste scrittore che non inserisca in qualche modo un po’ della sua cultura nel suo lavoro. Penso sia inevitabile. Quindi mi trovo d’accordo con te, eliminarle del tutto non gioverebbe.

    • Sì, cioè, se penso allo stile della Allende e poi penso alle scritture contemporanee nordiche, mi viene da rabbrividire a vedere entrambi sotto la grossolana dicitura di “letteratura”. Chiaro che si tratta di letteratura, ma è secondo me prezioso e bello poter sentire il calore e la vitalità di un popolo con tutto il suo patrimonio nello stile di uno scrittore…

      • Esattamente! Forse basterebbe solo rendere le etichette meno categoriche, meno rigide. Però eliminarle del tutto, quello no.

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