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Archivio mensile:aprile 2015

Avete mai sentito parlare di biblioburros? No? Si trovano in Colombia, dove i maestri più coraggiosi e appassionati si mettono a dorso d’asino (“burro”, in spagnolo) per portare un po’ di libri in tutte quelle zone remote, impervie e dimenticate dai più. Un modo per trasmettere il piacere della lettura dove regna il nulla.

Ma lasciando da parte i biblioburros e tornando qui in Italia, i bibliobus (qualche pelo e zoccolo di meno e quattro ruote di più) itineranti ormai sono una piacevole novità che sta prendendo piede in molti comuni, sia per scopi ludici sia per necessità.

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Roma, Messina, Milano, Brescia, spesso i bibliobus vengono affiancati al lavoro delle cooperative culturali per l’organizzazione di laboratori con i più piccini (innegabile che, se allestito in un certo modo, un furgoncino pieno di libri possa diventare quasi magico), ma molte volte le mete di queste librerie itineranti sono proprio i luoghi più tralasciati e non serviti da altre biblioteche.

Grazie al progetto “L’Italia nel Futuro” promosso da ActionAid, dall’Istituto Comprensivo Gianni Rodari e dall’ARCI Aquila, i bibliobus potranno fare tappa anche nelle tendopoli, nei MAP (moduli abitativi provvisori) e nei MUSP (moduli ad uso scolastico provvisorio, i cosiddetti “container”) aquilani, dove si tenta di colmare un vuoto che dal terremoto del 2009 ha lasciato macerie laddove c’erano scuole, biblioteche e centri di cultura.

Mi ricordo di una lezione di editoria in cui il mio professore, redattore per due importanti case editrici, ci parlò delle scelte che un editore deve operare nel capire quali sono i libri che venderanno e quali invece no. A volte vengono fatte delle scelte di comodo, a volte invece vincono i contenuti davvero buoni o molto scottanti. Ci raccontò di come dopo neanche 48 ore dal “gran rifiuto” di Papa Benedetto XVI, la casa editrice per cui lavorava fece uscire uno dei libri più accurati, lucidi e venduti al riguardo, cavalcando l’onda del momento.

Le variabili che toccano il mondo dell’editoria sono sfuggevoli, ma certe volte assai prevedibili, come nel caso del picco di vendite di libri sull’Islam che si è verificato dopo la strage di Charlie Hebdo e che ancora oggi non cala. Un’altra lezione “editoriale” l’ho ricevuta dal mio professore di religione del liceo, che ridendo ci diceva che il mercato dei libri si basa su due categorie intramontabili: quella dei libri scandalistici e quella dei libretti su Padre Pio. Il libro “scandalo” piace sempre, ma appunto per questo si rischia che a muovere le attenzioni dei lettori verso un approfondimento sul mondo islamico siano proprio le voglie di gossip.

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A rendere più appetibile rispetto agli anni passati la letteratura monografica sull’Islam sono gli atti clamorosi di violenza che in questi ultimi mesi hanno portato ad una “guerra fredda” su scala ridotta tra l’Occidente e il Medio Oriente. Un contrasto forte che si trascina da anni, ma che torna nelle nostre coscienze solo quando diventa più urgente e minaccioso. Dailymail in uno dei suoi ultimi articoli riporta dei dati interessanti relativi alla Francia, Paese che da decenni e più è a stretto contatto con una forte multireligiosità di stampo islamico: dopo Charlie Hebdo, gli editori specializzati in libri sull’Islam hanno aumentato del 30% le vendite e analogamente la richiesta di libri sul mondo islamico nei primi mesi del 2015 è di 3 volte superiore rispetto a quella dello scorso anno. Lo stesso picco di interesse si ebbe con l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001.

È interessante vedere come nell’era dell’informazione digitale e dei blog l’ultima parola venga comunque data ai libri in fatto di approfondimenti più sicuri e completi. Il rischio, come è stato già detto, sta nel perdersi in un mare letterario che negli ultimi anni ha trovato molta fortuna cavalcando l’onda della curiosità. Quali sono i libri migliori? Quali invece si limitano a fornire informazioni succulente e faziose? Attenzione, un altro “pericolo” risiede nell’approcciarsi a libri sull’Islam già con dei pregiudizi, con il solo desiderio di trovare delle prove per un’idea che abbiamo: “l’Islam è buono”, “l’Islam è cattivo”.

Al di là di questo, anche il popolo del web si sta interrogando sui libri da scegliere e queste sono alcune delle risposte:

  • Sottomissione di Michel Houellebecq. Questo è uno dei libri dell’anno, uno di quelli che per i fatti di Charlie Hebdo ha ricevuto più eco e pubblicità, purtroppo. Appare come un libro “scandalo”, ma non lo è, proprio perché non è uscito dopo la strage di Parigi, ma quasi in concomitanza, dal momento che era già stato scritto.
  • Il mio corpo mi appartiene di Amina Sboui, la ragazza tunisina che nel febbraio 2013, ancora minorenne, decise di fotografarsi a petto nudo postando lo scatto su Facebook dopo essersi scritta sul torace: “Questo corpo mi appartiene”. Anche questo titolo, uscito a gennaio poco tempo dopo l’attentato, è stato particolarmente richiesto, soprattutto per la storia della giovane scrittrice, che oggi vive proprio a Parigi.
  • L’islam spiegato ai nostri figli di Tahar Ben Jelloun. Il suo nome è un classico quando si parla di integrazione e di diversità religiose o etniche.
  • I libri di Khaled Hosseini. In un panorama di lettori che comunque vogliono trovarsi tra le mani dei libri belli e coinvolgenti, restano un sempreverde i capolavori di uno scrittore che ha saputo dipingere la realtà islamica attraverso la forza dei suoi personaggi.
  • I libri storici, perché nelle questioni così controverse e delicate lo sguardo neutrale e pragmatico della storia può essere illuminante.
  • Il Corano. Sorprende il numero di curiosi occidentali non islamici che per comprendere meglio un credo che appare così distante eppure così vicino si lanciano nella lettura di uno dei testi religiosi più controversi.

Il mio articolo su http://www.cultora.it/libri-sullislam-che-diventano-casi-editoriali/.

Se solo non sembrasse troppo simile al titolo del best-seller di Stephen Chbosky, la scrittrice JK Rowling avrebbe potuto intitolare il suo nuovo libro “The perks of being a failure”. In uscita in Inghilterra il 14 aprile “Very Good Lives”, un saggio-manuale sul tema del fallimento e dell’immaginazione che riporta ancora l’autrice di Edimburgo nelle librerie, dopo i sette volumi sul celebre maghetto che hanno fatto sognare tutto il mondo, il romanzo “Il seggio vacante” e i due gialli (“Il richiamo del cuculo” e “Il baco da seta”) scritti con lo pseudonimo di Robert Galbraith.

Yeats scriveva: “In dreams begin responsibilities”. Chi ha una mente che scoppia di fantasia e immaginazione, ha anche delle responsabilità da portare avanti. Certo è che i grandi nomi del passato e del presente che ancora sono indimenticabili hanno avuto dalla loro parte una buona dose di immaginazione, per riuscire a vedere al di là del pensiero comune. La Rowling questo lo sa bene, ma sa anche che spesso la fantasia, la curiosità e la ricerca continua di novità possono inciampare nel fallimento. Anche i migliori prima di arrivare sulla vetta hanno toccato il fondo. Nel 2008 la scrittrice fu chiamata a tenere un discorso di incoraggiamento per i laureandi di Harvard e scelse di focalizzare la sua attenzione proprio sui concetti di fallimento e immaginazione: due realtà che ad un primo sguardo sembrerebbero non toccarsi mai.

La paura di fallire. E chi non ce l’ha? Soprattutto in un’epoca come questa, incerta, burrascosa e ostile. Anche i più giovani, che ancora devono aprire le ali e spiccare il volo, hanno una gran paura di cadere e di non farcela. Eppure, anche se guardandola adesso non si direbbe proprio, anche JK Rowling era una fallita: una “loser”. Cresciuta in una famiglia dove la creatività non era vista di buon occhio, si è ritrovata da giovane adulta con un matrimonio imploso e andato alla deriva, disoccupata, povera e madre single. Anche ora, dopo il successo avuto con Harry Potter, parla della miriade di rifiuti e porte in faccia ricevuti per i libri scritti sotto il suo pseudonimo.

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“Very Good Lives” si basa proprio su quel discorso che nel 2008 commosse gli studenti, ma che ora ha un messaggio da rivolgere a tutti.

“Chi non ha mai commesso un errore, non ha mai provato nulla di nuovo”, diceva saggiamente Albert Einstein, un altro uomo grandioso che nella vita, prima del successo, ha sentito duramente il sapore del fallimento: non fu in grado di parlare fino all’età di 4 anni e, secondo i suoi insegnanti, non era un granché. Altri esempi di “fallimenti famosi”? Walt Disney, licenziato da un giornale per “scarsa immaginazione” e “incapacità di avere idee originali”, Steve Jobs, che all’età di 30 anni entrò in crisi depressiva dopo essere stato licenziato dall’azienda da lui creata senza tante spiegazioni, i Beatles, rifiutati dalla Decca Records, dove dissero: “A noi non piace la loro musica”, “Non hanno futuro nello show business”.

Per chiudere citando le stesse parole della Rowling: “we do not need magic to change the world, we carry all the power we need inside ourselves already: we have the power to imagine better”.

Il mio articolo su: http://www.cultora.it/j-k-rowling-perks-failure/.