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Archivio mensile:maggio 2015

Da poco questo blog ha compiuto un anno. O meglio, calma, questo blog di anni ne ha tre: semplicemente, l’anno scorso il mio account su Blogger (insieme alla mia mail e a TUTTO il resto) fu hackerato e poi eliminato. Da quel giorno infernale, è nata la seconda versione su WordPress, sono(e)dunquescrivo, e con essa sono arrivate anche le idee più chiare per il percorso che volevo far seguire al blog.

Sono(e)dunquescrivo ha fatto tanta strada. Dai miei primi post un po’ sconclusionati, visionari e tanto (tanto) pretenziosi sono arrivata a darmi dei limiti e delle linee definite. Questo blog ha ospitato articoli originali scritti appositamente per stare qui e anche molti altri pezzi pubblicati per le mie varie collaborazioni (SulRomanzo, Unacasasullalbero, Cultora, StorieCulturalPop e vari). Attraverso questo blog ho ricevuto consigli, critiche, apprezzamenti, commenti, pareri. In un mondo vasto e un po’ caotico come quello del web, è sempre piacevole poter percepire un interessamento, una qualche forma di ‘fiducia’, se così si può definire, da parte dei propri lettori. Ringrazio tutti voi, ringrazio tutti gli iscritti, ringrazio tutti quelli che con un ‘mi piace’, una condivisione o un commento mi hanno fatto sentire il valore del supportarsi a vicenda nella rete.

E ora? Ho aperto questo blog da matricola appena iscritta all’università e adesso fra tre mesi mi laureo. Un po’ mi commuovo. Sono(e)dunquescrivo, con tutti gli impegni che si stanno aggiungendo e che si aggiungeranno, non chiuderà, né tantomeno smetterà di essere presente. Vi voglio però parlare di un progetto che sto portando avanti e di cui vorrei rendervi partecipi: Svagolamente. 

No, non è una parolaccia. Svagolamente (o svago-la-mente) è il nome di un collettivo che ho in progetto di lanciare verso settembre/ottobre. Un collettivo piccino picciò, di due persone, ma con le idee ben chiare e una grande passione da condividere: l’amore per la cultura, per i libri, per l’arte, per la letteratura. Io e una mia carissima amica (un’altra letterata) abbiamo deciso di immergerci in questo progetto e di entrare in azione sul serio. Se si hanno delle idee, perché non concretizzarle? E le nostre idee partono dai libri: abbiamo intenzione di attivare dei punti di bookcrossing nella nostra città e promuovere degli eventi riguardanti la lettura e i libri. Se volete fare un salto sul nostro meraviglioso sito (è ancora work in progress, ma si possono leggere le nostre bio e vedere come siamo belle), eccovi il link.

Che dire? Vorrei potervi incontrare uno per uno e ringraziarvi. Quando tutto questo è incominciato non osavo neanche sperare in questi traguardi. L’idea che i blog di cultura e letteratura possano ancora essere un punto di partenza per dei progetti e delle riflessioni mi emoziona e mi dà la carica.

Grazie.

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Mark Twain dice: “In a good bookroom you feel in some mysterious way that you are absorbing the wisdom contained in all the books through your skin, without even opening them.” Cioè, una buona stanza per la lettura ci invoglia a leggere. E, normalmente, dove si trovano i libri e le sale da lettura? Nelle biblioteche, certo, ma entri in una biblioteca e il primo impulso che provi è quello di trovare ciò che cerchi ed uscire al più presto. Moquette invecchiata, un grigiore diffuso, scaffali metallici, design inesistente e arredo direttamente uscito dagli anni ’70. No computer (nella maggior parte dei casi), no Wi-Fi, no punti lettura e relax.

È vero, c’è ancora un dibattito in corso fra i ruoli che un ambiente bibliotecario dovrebbe avere: dovrebbe limitarsi a fornire al lettore i testi richiesti (anche qui, altro dibattito: il lettore può cercarli liberamente o deve richiederli dall’archivio?) o deve essere un luogo di incontro, cultura e ricerca? Insomma, se si parla di rapporto biblioteca-lettore, il discorso si sposta sull’architettura delle biblioteche e sul bisogno di accogliere certe necessità di incontro e lettura.
Biblioteche a misura di lettore. Un’idea che ricorda tanto l’architettura “a misura d’uomo” di Le Corbusier, con il suo bisogno di integrare mondo urbano e natura. Ma è un concetto vecchio tanto quanto lo sono le biblioteche stesse: la Biblioteca di Alessandria, del 305 a.C., era pensata in uno spazio ampio, luminoso e arieggiato, in un’alternanza di interni ed esterni all’aria aperta.

Anche Vitruvio nel suo De Architectura la pensa così e parla delle biblioteche presenti nelle ville rustiche dei romani e del bisogno di alternare alla lettura la piacevolezza dell’essere in un posto bello, accogliente e ben integrato nella natura: insomma, il Frank Lloyd Wright (ideatore dell’architettura “organica”) della latinità. D’altra parte, leggere non è cosa da poco. È un’attività intellettuale diversa dall’ascoltare la musica, per quanto anche questa possa essere impegnativa. Prendere in mano un libro è quasi una promessa e un impegno: “prometto di dedicare la mia totale attenzione a queste pagine. Tutto il resto attorno a me non esiste”.

Un libro non si legge da solo: come l’iPod è lo strumento che ci porta la musica, la nostra stessa mente è “il mezzo” da impegnare nella lettura. Sdraiati, a pancia in su, seduti, in piedi, in movimento, ognuno legge come preferisce, cercando la privacy e le condizioni adatte per farlo sentire a suo agio. L’idea di trovare la comodità in una biblioteca potrà farvi ridere, ma ecco gli edifici moderni che più si avvicinano all’idea delle biblioteche a misura di lettore.

E se abolissimo la pubblicazione delle classifiche dei libri? Le top 100 dei libri più venduti proposte da Feltrinelli, da Panorama, da Ibs, da Mondadori, da Amazon, da Wuz. Alcune vengono stilate mese per mese, altre addirittura a ritmo settimanale o giornalieri, per seguire le “orme” di popolarità di quei libri che si alternano tra gli ambiti primi posti, in una semplice equazione di vendite. Ma davvero contano così tanto le classifiche dei libri per dare un giudizio sul panorama letterario o per farsi un’idea sul nuovo stuzzicante titolo da acquistare?

Una riflessione che parte da un brevissimo carteggio a singola “botta e risposta” tra un lettore e Beppe Severgnini sul sito del Corriere della Sera. Severgnini risponde laconicamente in questo modo alle lamentele del lettore sull’ormai demodé e inutile senso (a suo parere) delle classifiche: “A te non interessa sapere quali libri vendono di più, quali film vengono più visti, quali canzoni sono più popolari? A me, sì. Non è detto, poi, che compri quei libri, veda quei film, senta quelle canzoni”.

Chi ormai, effettivamente, presta più attenzione alle classifiche librarie? Un tempo erano forse il modo di entrare in contatto con nuovi titoli e di seguire le ultime uscite, ma oggi l’interesse per certi titoli viene smosso da ben altro. Come anche le pubblicità televisive stanno arrivando al capolinea, soppiantate da un intero mondo pubblicitario virtuale di social media ben più attivo, aggiornato e stimolante, anche il commercio letterario ora si basa su altre “spinte”: book-blog, opinioni online, forum, fandom, siti, cataloghi sul web, pagine facebook, hashtag, e selfie. Se prima le librerie erano il centro del movimento di libri e di interessi letterari, ora sono l’ultima tappa di un processo di appassionata ricerca che avviene altrove, tra schermi, video e blogger. Proprio per questi motivi, davvero ancora hanno un valore le classifiche di libri? Non sono forse i lettori stessi oggi a muoversi con indipendenza e coscienza nell’intricato mondo letterario, senza pressioni?

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Eppure Severgnini non le disdegna? E perché mai? Se facessimo un salto sulla classifica di Panorama, che viene aggiornata a cadenza settimanale, noteremmo in prima posizione un libro che nelle altre classifiche, aggiornate con ritmi più lenti, non c’è: Sotto le cuffie del giovanissimo youtuber FaviJ, edito da Mondadori. A seguire, gli stessi titoli delle classifiche di Feltrinelli, Mondadori, Ibs e compagnia (Sette brevi lezioni di fisica di Carlo Rovelli, Le mani della madre di Massimo Recalcati, Il segreto degli angeli di Camilla Lackberg, La sposa giovane di Alessandro Baricco) , in ordine occasionalmente diverso. La verità è che Severgnini ha detto una cosa giusta: le classifiche non hanno interesse qualitativo, ma “commerciale”. Cioè, sono interessanti per vedere quali sono i titoli che in Italia vendono di più, anche senza poi per forza doverli acquistare. Le classifiche danno delle immagini di vendita, di mercato, di tendenza, non di giudizio o di recensione.

Il giovanissimo appassionato di FaviJ avrà già il suo libro tra le mani senza aver nemmeno letto una classifica. Il lettore appassionato probabilmente non ha avuto bisogno di consultare ugualmente nessuna classifica per lanciarsi su Baricco. Le classifiche saranno inutili per certi punti di vista, ma svolgono egregiamente la funzione di “meta-lettori” che indicano con numeri e percentuali i gusti e le mode.

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Da quando la Giornata del Libro è diventata la giornata del “compra un libro”? Questo è uno degli interrogativi che muove il “gioco” del 1010ways to buy a book without money: dieci modi di acquistare un libro senza soldi. Attenzione: l’assenza di uno scambio di soldi non è sinonimo di gratuità. Se c’è una cosa che gli ideatori di questo “movimento” (nato a Barcellona nel 2011) vogliono sottolineare è proprio che dietro ad ogni idea o prodotto artistico c’è un quantitativo di lavoro, talento, impegno ed energia che va ripagato e riconosciuto. Come? Insomma, ogni cosa ha un prezzo, ma non è detto che questo debito debba essere saldato attraverso il denaro.

Improvvisare una conga per la strada, disegnare un ritratto (come nella fotografia), diventare un donatore del sangue, piantare un fiore, passare un po’ di tempo a giocare con i propri figli. Il tutto in cambio di un libro. E così i libri e la lettura assumono un altro valore: il talento viene premiato non con i soldi (magari non alla portata di tutti), ma con dell’altro talento e con la voglia di mettersi in gioco.

“Things are not free, but you can buy them without money” (le cose non sono gratis, ma puoi comprarle senza soldi), è il motto del progetto. Libri alla portata di tutti, a patto che si sia disposti ad uscire da un’ottica di scambio monetaria che non premia lo spirito, la creatività e il legame tra le persone. Quanto può valere un’edizione rara non più in stampa? Forse la promessa di smettere di fumare? O fare del volontariato? Ognuno è libero di scegliere il suo prezzo da pagare, subito oppure no, l’importante è mandare agli organizzatori delle “prove” del proprio pagamento, con fotografie e video.

L’iniziativa ha raggiunto un successo inaspettato: da Barcellona a Londra, Madrid, Montevideo, per poi arrivare in Georgia, Romania, California, Brasile. Per chi fosse interessato ad organizzare una giornata 1010ways nella propria città il percorso da seguire è semplice: basta contattare gli organizzatori del movimento (http://1010waystobuywithoutmoney.org/do-it-yourself/) per ricevere materiale e consigli utili.